L’umile quotidianità – Il carisma delle Oblate di Nazareth

Testo di Mons. Francesco Gioia, 1997

Presentazione di Mons. Giovan Battista Pichierri

Sua Eccellenza Monsignore Francesco Gioia, o.f.m.capp., arcivescovo emerito di Camerino-S. Severino Marche, Segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti fa dono di questa pubblicazione: “L’umile quotidianità – Il carisma delle Oblate di Nazareth” alla Congregazione omonima e al suo venerato fondatore, Sua Eccellenza Monsignor Alberico Semeraro, vescovo emerito di Oria.

Come l’autore scrive nella prefazione, è una monografia che tenta di costruire la fisionomia spirituale dell’Istituto religioso “attraverso i frammenti dell’anima del suo Fondatore, sparsi nella sua corrispondenza, per un lungo periodo quasi quotidiana”(Prefazione). Lo stesso autore ritrae felicemente l’opera fondativa di Mons. Semeraro, paragonandola a quella del seminatore della parabola: “E uscì il seminatore a seminare …” (Mt 13,3). La bontà del seme caduto in terreno buono “diede un frutto abbondante: cento o sessanta o trenta volte di più” (Mt 13,8).

Mons. Semeraro è come il seminatore della parabola. La sua attività di sacerdote ministro iniziò l’11 aprile 1925 nella santa Chiesa di Taranto come educatore in Seminario; poi si dilatò nella fondazione della chiesa parrocchiale del Carmine in Taranto, dal 1931al1947; si modificò nel ministero episcopale esercitato nella santa Chiesa di Oria (BR) per mandato del santo Padre, il Papa Pio XII, dal 29 agosto 1947 al 18 marzo 1978; e ad oggi è vissuta nella dedizione totale alla Congregazione delle Oblate di Nazareth, nata, per volontà di Dio, nella Chiesa diocesana di Oria (1952) attraverso la sua preziosa opera di seminatore e coltivatore, ed accolta con riconoscimento pontificio nella Chiesa universale (1.5.1984). Giustamente scrive Mons. Gioia: “Dopo pochi anni di attività pastorale egli volle affidare al terreno della sua Diocesi un seme, cioè volle dare vita a un Istituto religioso per arricchire la comunità diocesana di un carisma. Egli nutriva la speranza che questo seme germogliasse e diventasse abbondante raccolto per la Chiesa” (Testo, p.2). È il seme di Nazareth. Un seme che contiene la vita di Gesù Cristo accolto da Maria e Giuseppe, cioè dalla santa Famiglia, laddove le dinamiche di grazia si evidenziano nelle relazioni vissute tra Maria, Giuseppe e Gesù nell’ubbidienza e nell’umiltà, nella reciproca collaborazione e nell’accoglienza amabile di tutti, specialmente dei più piccoli, degli ultimi. Mons. Semeraro, animato dalla fede nel mistero dell’Incarnazione e della santa Famiglia, coglie gli aspetti meno appariscenti della vita di Gesù, ma proprio per questo più autentici e credibili dello stesso Mistero, l’umiltà e l’obbedienza, la povertà e la dedizione totale, e li inculca nell’animo di creature semplici ma assetate di Dio attraverso un’opera di formazione certosina allo scopo di renderle simili a Maria e a Giuseppe in una vita consacrata tutta per il Regno, aperte all’accoglienza del Mistero, generose e laboriose nel collaborare all’opera della Redenzione con l’offerta totale e piena di sé a Cristo Signore, vivo e presente nei fratelli. ( cfr Testo, p.6).

L’Autore divide il suo lavoro in quattro capitoli, seguendo l’ordine delle lettere scritte da Mons. Semeraro dal 1952 al 1993 (le lettere di Mons. Semeraro sono pubblicate nel volume: “Sempre nello spirito di Nazareth” a cura di Dora Ciotta – Tipolitografia Spoletina, Spoleto, 1995)

I – Nazareth: il seme che contiene la vita

II – La storia dell’uomo è storia di salvezza

III – La mediazione umana alla salvezza

IV – Il progetto è completo.

Nei quattro capitoli si può facilmente scoprire l’ordito di fede, speranza, carità su cui Mons. Semeraro sa tessere la vita consacrata delle Oblate di Nazareth, e la tensione apostolica verso cui le spinge per essere nella Chiesa e nel mondo una riproduzione della santa Famiglia.

Emerge dal primo capitolo: “Nazareth: il seme che contiene la vita” , distinto in tre sottotitoli, la fede forte e robusta che Mons. Semeraro esige dalle sue figlie, per farne di esse una irradiazione di “Gesù Cristo”, il quale, “iniziatore ed esemplare supremo di una vita umana più bella, volle avere a Nazareth una Madre e una casa che fosse una scuola di bellezza delle piccole cose che oggi spesso difettano nella vita che facciamo” (Testo, p.14), per diffondere nel mondo sul modello di Maria, donna e madre, la dolcezza serena della casa di Nazareth, “il calore umano e la perfezione delle umili faccende” (id), educando “la gioventù a questa missione soave e materna della donna” (id). La fede dell’Oblata così come si evidenzia a “Nazareth”, per Mons. Semeraro, deve essere tradotta nella comunità delle persone che formano la Congregazione e deve esprimersi sempre nella “comunione” reciproca attraverso l’esercizio di una vita ascetica fatta di attenzione più che a se stesse a Cristo che vive in esse, divenendo così “specchio” di Lui, sotto l’unica signoria di Dio in quanto sua “proprietà”.

Dal secondo capitolo: “La storia dell’uomo è storia di salvezza” si evidenzia la speranza, la certezza cioè che quanto Dio inizia nella creatura lo porta a compimento. Qui l’autore in cinque sottotitoli cuce i pensieri di speranza che il Fondatore immette nell’animo delle Oblate. La storia dell’uomo è storia di salvezza. Sotto questo titolo Mons. Gioia sintetizza l’identità dell’Istituto delle Oblate di Nazareth dalla nascita al suo pieno sviluppo. Colpisce il linguaggio semplice con cui Mons. Semeraro traduce concetti teologici sulla speranza. L’immagine dello specchio : “non siamo lampade” , ma “siamo specchi”. È questa l’identità della vita consacrata dell’Oblata. L’immagine del contestatore: “riflettere unicamente la luce di Cristo”. Questa è la forza dell’irradiazione del carisma di Nazareth. L’immagine di Maria: “come Maria santissima dobbiamo persuaderci che per questa ragione (la nostra debolezza) il Signore ci ha scelti e solo finché restiamo in questa umile persuasione Egli ci fa grandi”. Maria è il segno sicuro della speranza che non viene mai meno. La speranza, poi, si alimenta con la vita ascetica e apostolica, che ha in Cristo Signore il suo centro e in Lui, vivo in noi, sempre si ritrova la sua sorgente: “ .. fare le parti di Gesù, presente in te, lasciando che Egli faccia tutto quello che vuol fare”. Il segreto della realizzazione in Cristo, quindi, è fare spazio a Dio: è Dio la nostra unica salvezza e sicurezza di riuscita. Si matura nell’apostolato sotto lo sguardo di Dio grazie all’umile apertura a lui. E così che la debolezza della creatura diventa fortezza divina. Nazareth è una maniera di vivere la vita cristiana: “deve arrivare il tempo in cui incontrerà te dovrà dire: Com’è buono Gesù!” (Testo, p.35).

La carità è l’espressione visibile della fede e della speranza. Nel terzo capitolo: “La mediazione umana alla salvezza”, Mons. Gioia raccoglie in quattro sottotitoli il processo di profonda trasformazione della persona umana nella persona divina del Verbo incarnato. Il rapporto con gli altri secondo il progetto di Dio, che è quello di realizzarci da figli suoi adottivi nel Figlio, si deve evolvere nella vera fraternità cristiana: “Gesù sarà contento di te, perché hai aiutato a fare diventare più buona quella creatura alla quale Egli vuol bene” (Testo, p.42). Nei pensieri di Mons. Semeraro si risente l’inno alla carità dell’apostolo Paolo (1 Cor 13). Parla di amore paziente, longanime, misericordioso. L’antropologia cristiana appare evidente attraverso l’ottimismo così diffuso nei sui pensieri scritti alle Oblate. La creatura umana non è da buttare via. Il Signore la insegue sempre con il suo amore. La carità, poi, si traduce in apostolato e diventa così mediazione umana alla salvezza. L’apostolato della carità esige l’ascetica della riforma della vita, il processo della vita nuova che viene condotto dallo Spirito Santo.

Gesù Cristo è il modello unico dell’amore in tutta la sua vita, particolarmente nella sua passione e morte: “Dobbiamo essere contenti di essere deboli e di restare sempre deboli ( …). Come nell’orto degli Ulivi, (Gesù) desidera che stiamo con lui e soffriamo sempre con lui”( … ). Dobbiamo “vivere sempre nella sua presenza per offrirgli sia le attività che svolgiamo, sia i sacrifici e le umiliazioni che incontriamo” (Testo, p.46). Sempre parlando della vita ascetica, Mons. Semeraro punta il dito su uno dei difetti dominanti della vita umana e cristiana, il risentimento. Questo è come un paravento che impedisce di vedere e sentire Gesù che mi parla attraverso l’altro: “La persona di cui il Signore ha scelto di servirsi come strumento del suo amore per te, non è certo un angelo del cielo ma una creatura umana che ha anche i suoi difetti. Tu, però perché ti fermi a guardare la pagliuzza che c’è nell’occhio di quella, anziché badare alla trave che c’è nell’occhio tuo?” (Testo, p.50).

La dialettica tra “Io e gli altri” non si risolve necessariamente sempre con un atto di resa e sottomissione, ma sempre nella logica dell’amore di Dio. E perché non lo si perda di vista è necessario un direttore spirituale (cfr Testo, p.53). Il carisma dell’Istituto delle Oblate di Nazareth si potrebbe così riassumere nello spirito del suo Fondatore: alla base c’è innanzitutto la rinuncia a pensare male ed a criticare, lasciando al Signore il compito di giudicare; poi, l’umiltà del cuore e il lasciarsi condurre da Dio. Su questo fondamento bisogna costruire l’edificio della vita consacrata secondo lo stile di Nazareth attraverso l’esercizio delle virtù: obbedienza reciproca; dono totale di sé al Signore; collaborazione libera nella quotidianità fatta con semplicità, disponibilità, gratuità.

Nel quarto capitolo Mons. Gioia, richiamando le lettere scritte da Mons. Semeraro negli anni 1986-1993, legge in esse la completezza del progetto del carisma delle Oblate di Nazareth. In otto sottotitoli l’autore tratteggia il panorama dell’istituzione religiosa. Parte dalla verità difficile a comprendersi, e cioè dal piano di Dio che rimane a noi imperscrutabile. Non si è mai arrivati nella vita cristiana, ma si è sempre in crescita. In definitiva come scrive Mons. Semeraro: “Non è una nostra santità quella che ci salva, ma il fatto che lascio regnare in me Cristo con la sua santità, e questo “lascio regnare” nel senso che, avendo Egli deciso di venire ad abitare in me peccatore e unendomi a Sé col battesimo ( …), Egli fa dipendere da me, cioè dalla mia accettazione e collaborazione (passiva) il suo sviluppo in me, l’adempimento del suo programma su me e attraverso me” (Testo, p.65).

Si sofferma sulla necessità di aderire al progetto di Dio con intelligenza intendendo però fare la volontà di Dio. La mortificazione cristiana – aiuta a comprendere Mons. Semeraro – è indispensabile per fare la volontà di Dio: “Da molti anni si è radicata in te una forma di fiducia nella tua personale intelligenza e capacità, infarinata di parole del Vangelo, così come le interpreta la tua intelligenza. Avviene così che accetti come vera parola di Dio quella che coincide con le tue idee e le usanze che hai, mentre la testa nostra non è lo strumento di cui si serve il Signore” (Testo, p.69). Per cui egli suggerisce: “Allenati decisamente e amorosamente a considerare volontà di Dio ciò che viene dagli avvenimenti.” (Testo, p.70).

Parla poi della ricerca della volontà di Dio e della precarietà della mediazione umana. Mons. Semeraro indica ai protagonisti che sono coinvolti nell’obbedienza la strada da seguire, quella cioè dell’ascolto della parola di Dio e la perseveranza nel bene che Dio stesso indica. L’obbedienza cristiana sarà così “lo strumento e il prezzo della salvezza delle nostre anime”, nascendo da una conversione profonda a Cristo Signore (Testo, p.75). L’obbedienza, poi, si traduce nell’apostolato, perché questo è il frutto di un mandato ricevuto. L’apostolato e lo spirito missionario, quindi, sono sulla via tracciata da Cristo solo se nascono dall’obbedienza. La crescita del carisma, pertanto, si realizza solo con la preghiera insistente e perseverante. Mons. Semeraro insiste con le sue figliole su questo tema della preghiera. È fiorita dalla preghiera l’apertura missionaria in Brasile e in Africa (Nigeria).

Il tempo e l’eternità sono un tutt’uno nel piano di Dio. Per cui non bisogna mai scoraggiarsi o arrendersi. Mons. Semeraro, perciò, esorta vivamente con la sacra Scrittura: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli” e ricorda l’esortazione di S. Paolo “Rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amanti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda perdonarvi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate voi” (Testo, p. 89). E rende credibile la parola di Dio con la sua personale esperienza di vita: “In novanta anni di vita ho sempre più sperimentato che questa è l’unica via che assicuri una pace stabile anche nelle varie vicende di questo mondo” (Testo, p.91).

Mosè aveva centoventi anni, e Mons. Semeraro ne ha novantatré. Egli eleva un grido di speranza che nasce dalla fede e spinge all’ardimento della carità: “Mie care figliole, riflettendo a come si vive nelle nostre comunità, ho avvertito di dovervi scrivere questi fondamentali pensieri, anche se per la fretta si rilevano un po’ troppo generici. Voi accettateli così come sono e chiedete alla Madonna che vi aiuti e vi incoraggi a capirli, ad accettarli ed a metterli in pratica con tutto il vostro generoso impegno” (Testo, p.93).

Oggi Mons. Semeraro ha novantaquattro anni e continua con la sua presenza di testimone di Gesù Cristo sofferente ad illuminare ed incoraggiare le sue figliole a perseguire irresistibilmente l’ideale della vita cristiana attraverso la consacrazione religiosa nella specificazione del clima di Nazareth, la santa Casa, modello della Chiesa e della vita consacrata nella Chiesa.

Mons. Gioia con la sua pregevole pubblicazione ha reso possibile innanzitutto alle Oblate di Nazareth, e a tutti i lettori, di scoprire meglio il carisma della Congregazione fiorita dalla fede, speranza e carità di Mons. Alberico Semeraro, Pastore emerito della Chiesa di Oria. Chi presenta questo Volume ha gustato queste pagine in maniera singolare perché ha avuto la grazia di maturare la sua vocazione alla scuola di S.E.M. Alberico Semeraro e di conoscere le Oblate di Nazareth fin dall’inizio della fondazione dell’Istituto.

Nei miei occhi e nel mio cuore di fanciullo sono racchiusi tanti ricordi: possa il seme di Nazareth essere accolto da numerose anime generose, perché fruttifichi sempre più nella Chiesa e nel mondo, grazie al carisma della Congregazione delle Oblate, che a Nazareth si ispirano secondo gli insegnamenti del loro venerato Fondatore. Con questo auspicio lascio al lettore o lettrice la gioia di gustare la lettura meditativa della preziosa pubblicazione di Mons. Francesco Gioia.

Cerignola, 26 Gennaio 1997,

festa onomastica di Mons. Alberico Semeraro

sesto anniversario della mia ordinazione episcopale

+ Giovan Battista Pichierri

Vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano

Prefazione

 “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?”. È questa la difficoltà di Natanaele a credere l’affermazione di Filippo: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i Profeti, Gesù, il figlio di Giuseppe di Nazareth” (Gv 1,45-46).

Natanaele non aveva ancora compreso che Dio si rivela nell’umile quotidianità. Nel grigiore e nel silenzio di una città senza importanza Gesù, sottomesso a Maria e a Giuseppe, “crebbe in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Le 2,51). La sua umile origine sarà motivo di sconcertante sorpresa per i suoi contemporanei. Dicevano: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre?”. E l’Evangelista annota: “E si scandalizzavano di Lui” (Mc 6, 3; Gv 6, 42).

Nazareth è anche il richiamo alla comunione con Dio, di cui la Sacra Famiglia è l’esempio più alto: qui la presenza di Dio tra gli uomini si realizzò nella maniera più perfetta.

Nazareth diventa il luogo del cuore, la condizione esistenziale per Oblate di Nazareth. L’umile quotidianità, vivificata dalla comunione con Dio e vissuta in un clima di famiglia, è il carisma specifico di questo Istituto religioso, fondato da S.E. Mons. Alberico Semeraro.

Il Fondatore esprime le sue intenzioni con lucidità cristallina nelle lettere, indirizzate alle sue figlie.

La presente monografia è il primo tentativo di ricostruire la fisionomia spirituale di questo Istituto attraverso i “frammenti dell’anima” del suo Fondatore, sparsi nella sua corrispondenza, per un lungo periodo quasi quotidiana.

Roma, 8 dicembre 1996