Per non dimenticare – Il Magistero di S. E. Mons. Alberico Semeraro
A cura delle Oblate di Nazareth
Schena Editore – Fasano 2003
Premessa di Sr. Filomena Gallo – Superiora Generale
Ai lettori,
con questa pubblicazione, densa di testimonianze e riflessioni che richiamano assai degnamente la vita e il magistero di Mons. Alberico Semeraro, Fondatore ed instancabile guida del nostro Istituto “Oblate di Nazareth”, assieme al fedelissimo amico dr. Donato Palazzo, già Pretore nella Città di Oria, abbiamo voluto rendere omaggio al venerato Padre che ci ha avviato e sostenuto nel percorso di donazione al Signore e certamente ci assiste ancora oggi, mentre dalla Gerusalemme celeste celebra la Pasqua eterna con Gesù nella Casa del Padre.
Oltre al nostro comune e costante ricordo nella preghiera per Lui, desideriamo che anche i Suoi amici e i Suoi devoti sappiano di Lui quanti Gli sono stati vicini e Gli riservano affettuosa memoria.
Grazie alla collaborazione, preziosa e variegata, di Prelati ed Amici che, rispondendo al nostro invito, hanno voluto ricordare alcune delle tappe più significative del Suo percorso terreno, desideriamo che di Lui sia conservata memoria degna di un Prelato e di un uomo di non comune sentire e di alto livello religioso e civile.
Il ricordo di Mons. Alberico Semeraro resta imperituro per noi Sue figlie spirituali e siamo convinte che Egli sarà sempre guida fedele per tutti coloro che Lo hanno conosciuto.
Anche a nome del dr. Palazzo e delle Consorelle, ringrazio di cuore tutti coloro che hanno accolto il nostro invito a scrivere di Lui e per tutti imploriamo la Celeste Benedizione che dal Cielo Egli sicuramente vorrà sollecitare per noi.
Presentazione di Mons. Marcello Semeraro
In memoria di Mons. Alberico Semeraro. Ottobre 1968. Ero, allora, un giovane seminarista che, nel Seminario Regionale di Molfetta, iniziava i corsi della cosiddetta “teologia speciale”, quelli, cioè, che vedevano riuniti i chierici studenti di teologia degli ultimi tre anni per il ciclo conclusivo di preparazione alla sacra Ordinazione. Si trattava, perciò, di un anno davvero particolare nel mio itinerario verso il sacerdozio. Fu allora che ebbi tra le mani una lettera pastorale del vescovo di Oria. Più che dal titolo: Vescovo sacerdoti laicato cristiano, fui piuttosto attratto dal sottotitolo, che recitava così: Gli uomini cambiano; Cristo e la sua Chiesa continuano a crescere. Capii, ad un primo rapido sguardo, che il testo affrontava un tema alquanto delicato, cioè l’avvicendamento nel ministero dei sacerdoti diocesani e specialmente dei parroci. Per quanto conoscessi quel Prelato solo per la coincidenza del mio cognome con il suo, questo m’incoraggiò a procedere nella lettura. Il resto venne da sé, agevolato dalla sensatezza del ragionamento, dalla fluidità dell’argomentazione, dalla prudenza pastorale che traspariva da quelle righe che procedevano quasi didatticamente. Il tutto composto dall’affermazione di un principio generale (“Il Parroco è l’amico dello Sposo che gli conduce la sposa, cioè il popolo”), da cui scaturiva, quasi naturalmente, la risposta a una serie di domande e nasceva il disegno, tratto dopo tratto, di una figura spirituale di parroco: edificatore di comunità, anello di una “tradizione” pastorale da conservare e da far progredire, pronto a identificarsi con il “servo inutile” di cui parla il Vangelo, disponibile ad accorrere là dove maggiore è il bisogno, amante della Chiesa Sposa di Cristo, al punto d’essere pronto a soffrire per essa. Fu questo il mio primo contatto con Mons. Alberico Semeraro. Semplice e occasionale, ma incisivo. Le sue parole e, più ancora, le sue riflessioni mi rimasero nella memoria. Le congiunsi, poi, avendovi la stampa dato un certo risalto, a taluni disordini accaduti in un centro della diocesi oritana proprio in coincidenza del trasferimento di un parroco. Mi parvero, allora, ancora più sapienti. Mai avrei potuto immaginare, né allora né poi, che trent’anni dopo avrei io stesso occupato la medesima cattedra episcopale.
Ottobre 1998. Resa ormai pubblica la mia elezione a nuovo Vescovo diocesano e celebrata pure la sacra Ordinazione episcopale, mi disponevo a iniziare ufficialmente il mio ministero nell’antica sede vescovile di Oria. In quei medesimi giorni mi fu donato, ancora fresco di stampa, un volume di Augusto D’Angelo sull’episcopato meridionale da Pio XII a Paolo VI, dal titolo Vescovi Mezzogiorno e Vaticano II. Era un profilo dei vescovi del Sud negli anni di Giovanni XXIII. Il periodo era decisivo, poiché si trattava non solo degli anni del Vaticano II, ma pure di un Mezzogiorno in fase di grande trasformazione; quando, cioè, gli venivano meno quei caratteri di società rurale, dove il cattolicesimo era vissuto per secoli in grande continuità. Anche la televisione, in quell’epoca, avviava il suo processo “globalizzante”. L’avere fra le mani “quel” libro e l’averlo proprio in “quel” momento, non poteva che avere l’effetto di farmi cercare tra le sue pagine il nome del mio predecessore. Non mi fu difficile trovarlo. Oltre alle coordinate biografiche, la figura di Mons. Alberico Semeraro vi ha il dovuto risalto riguardo ad un tema, quello della religiosità popolare, dove la caratterizzazione in senso tradizionale della religiosità del Sud riemerge con maggiore forza. Era uno di quei “nodi cruciali in cui ancora si può misurare la difficoltà del vescovo a imporre la prescrizione della Chiesa sulle forme consuete di devozione”, scrive l’Autore, ed aggiunge: “È il caso, ad esempio, del vescovo di Oria, mons. Alberico Semeraro, che fatica, contro le deviazioni della celebrazione della settimana santa, a far applicare il decreto della Congregazione dei Riti …” (p. 150 e nota 37). I fatti cui ci si riferisce risalivano al 1961, quando, nell’imminenza della Pasqua, il Vescovo pubblicò su Il Bollettino della Diocesi di Oria, destinandole al clero e al popolo della Diocesi, alcune riflessioni, trascritte con il suo solito stile discorsivo e colloquiale, sui tradizionali riti del triduo pasquale.
A questi semplici richiami cronologici di due miei “contatti virtuali” con Mons. Alberico, avvenuti prima degli altri più diretti che avrei avuto con la sua venerata persona, dal mio arrivo in Oria sino alla sua pia dipartita da questo mondo, vorrei aggiungere alcune altre annotazioni che, nonostante la loro brevità, potranno servire se non da avvio, almeno da incoraggiamento per un approfondimento della presenza del Vescovo e, mediante la sua persona, della Chiesa oritana all’evento conciliare, inaugurato quarant’anni or sono da papa Giovanni XXIII.
Apparteneva, Mons. Alberico Semeraro, a quella schiera di vescovi italiani che, formatisi sui modelli tipici del pontificato di Pio XII e pastoralmente impostati su schemi che, solo per semplificazione, chiameremo pre-conciliari, avrebbero poi avuto il compito di gestire la prima ricezione del Concilio nelle loro Diocesi e di guidarne l’innesto nelle rispettive Chiese particolari. Dei vescovi pugliesi ne furono protagonisti vescovi esimi come, fra quelli oramai defunti che con interventi orali o scritti fecero singolarmente sentire le loro voci, Enrico Nicodemo di Bari, Giuseppe Ruotolo di Ugento-S. Maria di Leuca, Achille Salvucci di Molfetta, Giuseppe Vairo di Gravina-Irsina. La storia dell’accoglienza nelle Chiese di Puglia dell’annuncio del Vaticano II, della loro preparazione al Concilio e della loro recezione dell’evento ha bisogno di essere approfondita. In verità essa è stata già avviata, ma è ancora ben lungi dall’essere completata.
Il vescovo Alberico Semeraro non ometterà di dare alla Diocesi le opportune disposizioni perché fossero accompagnati specialmente con la preghiera i primi passi del Concilio. Il Bollettino della Diocesi descriverà con dettagli la partenza del Vescovo per il Concilio, preceduta, il lunedì 8 ottobre 1962, da un’ora di adorazione eucaristica fatta insieme con tutto il Clero diocesano nel Seminario di Campomarino. L’incontro fu registrato pure con una solenne epigrafe in lingua latina ed ebbe “una conclusione quanto mai suggestiva e familiare: ad uno ad uno il Vescovo ha abbracciato e baciato i suoi sacerdoti, ed ogni sacerdote il Vescovo. Pegno dell’amore del Vescovo in mezzo a noi, ansia di pace e di bene di ogni cuore della Diocesi nel cuore del Vescovo perché attraverso il cuore del Papa sia deposta nel cuore di Cristo e rifatta vita nuova della Chiesa e della società” (Il Bollettino della Diocesi di Oria, luglio-ottobre 1962).
Mons. Alberico Semeraro, dunque, fu padre conciliare e, pertanto, fu presenza della Chiesa di Oria al Vaticano II, l’evento cruciale della storia della Chiesa e del mondo nel secolo ventesimo. Il Bollettino della Diocesi dell’agosto-novembre 1963 ne pubblica la foto, assiso al suo scanno conciliare, a destra della navata centrale della Basilica Vaticana. Al momento di tornare a Roma per il secondo periodo conciliare, Mons. Alberico volle ampiamente illustrare al clero e al laicato il significato del Concilio, spiegando che il suo scopo era “di far risplendere il volto della Chiesa nel suo naturale e primitivo splendore, perché diventi strumento di salute, attraente invito e sicura garanzia della realtà di Dio redentore in mezzo a noi, testimonianza eloquente di Cristo vivo” (Ritorno al Concilio Ecumenico [21 settembre 1963], p. 6). Il Vescovo con queste brevi espressioni mostra di avere recepito la nuova direzione ecclesiologica, che il Concilio aveva oramai gradatamente assunto a cominciare dal dicembre 1962, ratificata dai nuovi testi De Ecclesia inviati ai padri conciliari nel corso dell’estate 1963. Il Concilio, perciò, con terminologia personalista e in prospettiva trinitaria è descritto quale “supremo incontro della Chiesa intera con Cristo suo Capo, con lo Spirito Santo che è l’anima che rende vive e vitali tutte le membra del Corpo Mistico di Cristo, con Dio Padre che vuole la salvezza di tutti gli uomini, anche di quelli che finora hanno rifiutato e ignorato tale invito” (ivi).
Non è molto, in verità, quello che, scorrendo le pagine del Bollettino diocesano è possibile raccogliere. È certo, come risulta dalla consultazione degli Acta Synodalia, che il vescovo Alberico Semeraro sottoscrisse e diede la sua adesione a interventi collettivi dell’episcopato pugliese, come per lo schema sulla divina rivelazione, o di singoli padri come, per lo schema de Ecclesia, ad una richiesta avanzata dall’arcivescovo Nicodemo. In ogni caso, primo frutto della partecipazione al Concilio, concluso solennemente l’8 dicembre 1965, sarà per Mons. Semeraro l’indizione della Visita Pastorale fatta nel Natale dello stesso anno. Così scriveva nel suo Editto: “La sollecitudine pastorale richiede che il Vescovo visiti periodicamente la sua Diocesi, perché possa rendersi conto sempre più dei bisogni spirituali del gregge a lui affidato dalla Divina Provvidenza e provvederci nel miglior modo … Con la Visita Pastorale [ … ] ci proponiamo, con la benedizione del Signore e l’impiego di tutte le nostre energie, di rinvigorire la vita cristiana delle nostre popolazioni, conservare integra la Fede, far rifiorire i buoni costumi ed allontanare gli animi, per quanto è possibile, dal disordine, dai vizi, dai cattivi costumi” (Il Bollettino della Diocesi di Oria, gennaio-febbraio 1966). Non si esprime di sicuro, con queste ultime espressioni, una valutazione negativa del Vescovo sulla situazione della Diocesi poiché esse appartengono ad un linguaggio giuridico precostituito e sono semplicemente la traduzione in lingua italiana del dettato del canone 343 § 1 del Codice di Diritto Canonico allora vigente. La visita pastorale del vescovo Alberico ebbe il suo inizio nel gennaio successivo con la visita alla chiesa Cattedrale e proseguì verso Manduria, Torre Santa Susanna, Erchie, Sava … Ed a Sava ne ho ultimamente raccolto i segni attraverso la documentazione d’archivio conservata con cura nella parrocchia della Sacra Famiglia, che lo stesso Vescovo aveva canonicamente istituito nell’aprile del 1957 e dove io stesso oggi ho concluso la mia visita pastorale.
26 gennaio. All’epoca del suo episcopato era un giorno di festa nella Diocesi di Oria, coincidendo con il giorno onomastico di Mons. Alberico. Nello stesso giorno, anche ora che egli è passato da questo mondo al Padre, continuano a ricordarlo i tanti che a lui hanno voluto bene e che da lui hanno ricevuto del bene: Lo ricordano e pregano per lui anche ora, quando sono trascorsi cent’anni dalla sua nascita. Con loro lo ricorda il suo successore in questa Sede.
26 gennaio. Per la Chiesa di Oria questo giorno continua ad essere ricordato anche perché esso segna l’incontro dell’intera Chiesa di Oria con il Papa. Anche Mons. Alberico guidò nell’ottobre del 1963 un incontro diocesano col Papa. Sulla Cattedra di Pietro sedeva allora, da pochi mesi, Giovanni Battista Montini, che aveva assunto il nome di Paolo VI. In precedenza, nella sede di Milano egli era stato successore di San Carlo Borromeo. Per questo il vescovo Semeraro, ricordando il quarto centenario dell’assegnazione alla famiglia dei Borromeo del Principato di Oria, poi venduto per quarantamila scudi d’oro distribuiti in un solo giorno ai poveri di Milano, volle organizzare un incontro della Diocesi con il nuovo Papa al fine di presentargli “la testimonianza della sua fede che non è venuta mai meno, la fioritura di opere destinate alla carità ed alla formazione dei futuri sacerdoti, in piena prosecuzione con lo spirito di S. Carlo, ed una serie di doni per le zone più povere del mondo che si rivolgono al cuore del Santo Padre come allora le terre lombarde al cuore di San Carlo” (dall’Annuncio del 23 settembre 1963 e dal Discorso di omaggio del Vescovo). Gli oltre novecento pellegrini, giunti dalla Diocesi di Oria molti con il treno, altri con dodici pullmans e altri ancora pure con l’aereo, al mezzogiorno del 9 ottobre furono ricevuti nell’aula delle Benedizioni del palazzo apostolico dal Papa, il quale, riprendendo anch’egli la memoria di San Carlo, parlò di una sua intima parentela spirituale con la Diocesi di Oria.
Il 26 gennaio 2002 la Chiesa di Oria tornò a Roma per incontrare nuovamente Pietro, il cui ministero permane nella persona di Giovanni Paolo II, e perché il suo Vescovo avviasse la sua Visita Pastorale dal luogo dove permane la testimonianza dell’apostolo Pietro.
Nel cammino di una Chiesa, che sino al giorno del raduno finale attraversa i secoli e gli spazi della terra, ci sono sempre dei passi che si aggiungono agli altri in sequela fedele del Maestro e secondo un itinerario nel quale, per non deviare, occorre calcare sempre le Sue orme. Non importa di chi siano i piedi, né importa quali siano i sandali che li calzano. Conta, invece, che essi ricalchino le orme di Gesù. Quando c’è qualcuno che lo segue, Egli domanda sempre: Chi cercate? E se, di rimando, Lo si interroga dicendo: Dove abiti?, Gesù risponde sempre: Venite e vedrete (cfr. Gv 1, 38-39). Anche una successione episcopale, al di là delle esterne circostanze e delle temporanee contingenze e coincidenze, è sempre un succedersi di discepoli che ricalcano le orme del Signore, a cominciare da quei Dodici cui disse per primi: “Venite dietro a me, Io vi farò pescatori di uomini” (Mc 1, 17 e parr.). Certo, gli uomini cambiano; Cristo e la sua Chiesa continuano a crescere.
Anche nella Chiesa di Oria ci sono, ci sono stati e continueranno ad esserci “piedi” che si muovono sulle orme del Signore. L’immagine mi piace e ad essa ho dedicato una mia Lettera pastorale. Al di là degli uomini, infatti, cui appartengono quei piedi, l’importante è che essi siano scalzi, come i piedi di Mosé di fronte alla manifestazione misteriosa della presenza di Dio, e pronti perché Gesù li lavi, come fece agli apostoli nella notte in cui si donò.
Oria, 26 gennaio 2003
+ Marcello Semeraro
Vescovo di Oria