È ormai vicina la festa di S. Giuseppe, capo della Sacra Famiglia di Nazareth e nostro speciale protettore.

Quest’anno tale festa viene a coincidere con un periodo particolarmente impegnativo per la vita della nostra amata famiglia religiosa che ha come suo specifico carisma appunto lo spirito che animava e distingueva quella famiglia di anime elette.

Maria, portando vivo nel suo grembo il figlio di Dio, si prodigava come umile serva per gli anziani Zaccaria ed Elisabetta; Essa ci insegna, così, con quale spirito dobbiamo svolgere le attività nelle nostre case; lo insegna proprio a noi per i quali Gesù ha dichiarato che con l’Eucaristia quotidiana, Egli dimora in noi e noi in Lui.

Ma c’è un altro aspetto della vita di Maria SS.ma e della sua virtù che dobbiamo meditare ed imitare. Quando il comando di una autorità umana, quale era l’imperatore Augusto, viene a chiederle un trasferimento in terra lontana, nel periodo più delicato della sua maternità, essa come si regola?

Cerca di prevedere e provvedere, come meglio può, a quello che potrà servire almeno per coprire il bambino che deve nascere e lascia la sua casa, andando incontro all’ignoto. Sa che così facendo obbedisce alla volontà di Dio e collabora al Suo piano di amore. Chi la guida e l’aiuta in tutto questo è solo S. Giuseppe che è sempre perfettamente docile a ciò che il Signore gli chiede.

A Lui dobbiamo perciò rivolgerci in questo periodo in modo più particolare, chiedendo il suo aiuto ed imitando i suoi esempi.

Chiedere il suo aiuto è una cosa che ritroviamo nella vita di tanti santi e sempre con risultati molto superiori ad ogni aspettativa umana.

S. Giuseppe, agli inizi, non aveva nessuna idea della grandezza di Maria. La vede in stato di maternità a sua insaputa, mentre era già notoriamente fidanzata a lui. Chiunque altro si sarebbe sentito indotto a fare cattivi pensieri, critiche, accuse, insulti, ecc. come può capitare in noi che siamo inclinati a giudicare e condannare chi non si regola come la pensiamo noi. Giuseppe no; lascia al Signore il compito di giudicare ed egli “suo sposo, essendo uomo giusto e non volendo esporla al discredito pubblico, risolvette di rimandarla in segreto”.

Ecco una prima grande regola che dovremmo adottare per noi come Oblate di Nazareth: la rinunzia a pensar male ed a criticare, lasciando al Signore il compito di giudicare.

Un secondo grande esempio S. Giuseppe ce lo dà con la puntualissima fedeltà a tutte le regole e prescrizioni, sia a quelle scritte che a quelle che di volta in volta il Signore gli fa arrivare.

Altra caratteristica è l’umiltà di cuore: egli era il capo di quella famiglia che sarà la più illustre in tutto il mondo ed in tutti i tempi, ma preferisce restare sempre nell’ombra; non si dispiace mai di essere tenuto in poco conto; non si offende affatto quando a Nazareth i suoi compaesani, per insultare Gesù, usano frasi come queste: ma chi si crede di essere? non è il figlio di Giuseppe? Come per dire: è un uomo da niente!.

Quanto abbiamo da imparare un po’ tutti noi!

Mentre il Signore in questi giorni ci chiede di rinunziare a molte grandi cose di questo mondo, da parte mia gli sto chiedendo una cosa sola: che tutte singole le Oblate di Nazareth diventino vere discepole di S. Giuseppe e si rendano nella loro vita sempre più somiglianti a Lui!

Se mi dimentico di essere una nullità

Signore, se Tu non mi amassi di Amore infinito, ti saresti stancato di me e mi avresti già tolto di mezzo. Siccome mi ami, stai usando tutti i mezzi per rendermi conforme ai Tuoi desideri, per rendermi come Tu, nel Tuo Amore per me, mi vuoi.

Perché mi ami?

A me piace pensare che Tu mi ami per le mie buone qualità: perché te ne vorresti servire per i fini Tuoi. Questo pensiero mio è un errore grave, suggeritomi dal Principe della superbia; errore grave ed insidioso.

Perché? … Perché la realtà è tutta diversa.

Tu mi amavi già quando io non avevo nulla: e mi amavi (allora e poi) solo perché sei buono Tu. Perché ti inteneristi per la mia nullità, mi desti e mi conservi alcune doti, perché usandole io secondo la Tua sapienza e secondo i progetti del Tuo Amore per me, Tu potessi completare i Tuoi progetti d’amore, dandomi insieme la gioia di collaborare con Te.

Se io comincio a ricambiare in qualche modo il Tuo Amore per me, userò queste doti sapendo che sono Tue e Tu me le hai affidate e me le continui a far usare solo perché sei buono.

Se invece mi dimentico di essere una nullità e continuo a considerare quelle doti che mi hai affidate come una cosa mia, comincio a pensare che Tu hai bisogno di me e che mi ami solo per interesse.

Questo errore mi fa grave danno, perché confonde le mie idee ed i miei sentimenti, sia riguardo a Te, che riguardo a me stessa: perciò Tu vuoi evitarmelo.

Perché Tu mi ami solo perché Tu sei buono e ti intenerisci della mia nullità; ma io sarò sulla giusta via solo se conoscerò di essere una nullità, e amerò di essere una nullità, perché così solo Tu mi puoi amare.

Ho paura della mia debolezza. Ma è proprio la nostra debolezza il principale titolo per cui il Signore ci ama!.

Come una mamma si intenerisce per la assoluta inettitudine del suo piccolo di un mese (che non è buono a niente, se non a sporcare i panni), così noi di fronte al Signore siamo in realtà, sempre inetti.

Ma Egli ci ha dato la capacità di pensarci o non pensarci, di amarla o di odiarla, di accettarla o di non accettarla e volerla distruggere o dimenticare.

Se la conosco (la mia nullità) e la accetto, la amo, cerco di non dimenticarla, Dio può amarmi con più gusto; se invece cerco di dimenticarla, di distruggerla, di non farla conoscere agli altri, Iddio è costretto a ritirarsi da me, a lasciarmi a terra.

Quando non sono contento di essere una nullità amata da Dio, (come invece sono in realtà); il Signore se non mi amasse, mi lascerebbe a terra. Siccome invece mi ama, usa tutti i mezzi per farmene ricordare, a tutto mio vantaggio.

Egli vuole che da buoni figli suoi, noi facciamo come Lui: vedendo i difetti degli altri, ne proviamo tenerezza ed amore, anziché criticarli e disprezzarli.

Perché mi vuol bene e vede con dolore che io amo me stesso e voglio nascondere e dimenticare la mia inettitudine, per aiutarmi a contraddire il mio amor proprio, è costretto a servirsi di quelli che mi disprezzano.

Non usa volentieri queste tenaglie, perché non agiscono secondo i Suoi gusti: ma siccome io ho proprio bisogno di vedermi disprezzato per accorgermi di quanto odio e mi vergogno della mia debolezza, Egli è costretto a servirsi proprio di quelli per aiutarmi a scoprire la mia odiosa superbia interna.

Se amo un edificio guasto, cerco di aggiustarlo facendo sacrifici: se non lo amo, preferisco distruggerlo.

Dio ama te, che sei un edificio guastato da questa invisibile superbia; ti vuole perciò aiutare, cominciandoti a far scoprire le tue crepe, servendosi delle sue tenaglie più adatte.

Ma non credere che ti vuol aggiustare perché sei un mezzo, uno strumento necessario a Lui, ti vuole aggiustare solo perché ti vuol bene: se si servirà di te in alcune cose, non è perché abbia bisogno di te, ma solo perché vuol darti la gioia e la piccola gloria di collaborare con Lui.

Come una mamma che porta il bambino in braccio e gli mette in mano un pacchettino, dicendogli che così aiuterà la sua mamma.

4 marzo 1984

+ Alberico Semeraro