Vi siete consacrate al Signore col nome di “Oblate di Nazareth”, perché, in qualunque ambiente la Provvidenza vorrà chiamarvi, rendiate presente in voi ed intorno a voi appunto quello stesso spirito che animava ed illuminava la Casa di Nazareth. Quale era questo spirito?
Cerchiamo di scoprirlo da quanto il Vangelo ci riferisce.
Maria, dal giorno della Annunciazione in poi, portando in grembo con viva fede e con tanto amore il Verbo Incarnato, si era messa a Sua totale disposizione.
Lo manifestò con una chiarissima espressione: “Sono l’ancella del Signore”. Che vuol dire ancella? Anzi, poiché la parola greca doulè, riferita da S. Luca, significa più propriamente serva, schiava, che voleva dire Maria SS.ma con tale affermazione?
Possiamo vederlo chiaramente da come si regolò subito dopo.
Dalle parole dell’Arcangelo, che le rendeva nota la miracolosa gestazione di Elisabetta già anziana, Maria capì subito che il Figlio di Dio, che essa già portava in sé, voleva anzitutto benedire ed aiutare Elisabetta ed il nascituro.
Non pensò affatto a se stessa, alla immensa grandezza della sua dignità di Madre del Signore; unico pensiero suo era quello di accontentare il Figlio di Dio che portava in seno.
Il Vangelo dice che “Maria si levò in tutta fretta e s’incamminò nella regione montuosa verso la lontana città della Giudea, dove era la casa di Elisabetta”. Si reca lì con tanto impegno e non per fare da maestra o dare ordini e consigli, ma solo per servire ed aiutare quegli anziani nelle loro umili necessità.
Che il Signore si serva del suo saluto per riempire di Spirito Santo Elisabetta e per far sussultare di gioia il bambino nel grembo di lei; che il Signore stesso si serva del suo umile servizio di ben tre mesi per ravvivare la fede e purificare lo spirito sacerdotale di Zaccaria, sono fatti che Maria vede chiaramente. Ma è ben lontana dall’attribuirseli a suo merito; sa che sono manifestazioni del Divino Amore e già col Magnificat ne rivolge al Signore tutta la gloria.
Ecco allora il primo aspetto dello spirito di Nazareth che dovete realizzare in voi, care Oblate:
Donarsi totalmente al Signore e tenendo presente che Gesù con la Eucaristia viene a dimorare in noi con la pienezza della sua divinità ed umanità (e quindi in modo ancora più impegnativo di quanto può essere un infante in grembo alla mamma), mettersi a pieno servizio di Lui per tutte le attività che durante la giornata Egli stesso vuole svolgere servendosi di noi.
A proposito della Eucaristia si riscontra spesso un errore insidioso ma molto diffuso: pensare che Gesù venga in noi con la comunione principalmente per ricevere la nostra adorazione, le nostre preghiere e domande l’aiuto e darci il suo conforto.
Mettere queste cose al primo posto, quando pensiamo alla Eucaristia è, come già si è detto, un errore.
Lo ha spiegato molto chiaramente Gesù stesso, quando preannunziò che ci avrebbe dato il Suo Corpo e il Suo Sangue come nostro cibo.
Egli disse: “Come il Padre, il Vivente, (cioè colui dal quale viene ogni vita), ha mandato me ed Io vivo per il Padre, così chi mangia di Me (cioè il corpo vivo di Gesù nella Eucaristia), vivrà per Me”. (Giov. 6,57).
Vediamo dunque come è che Gesù vive per il Padre, per capire come è che dobbiamo vivere per Gesù. Come è che Gesù vive per il Padre?
Lo spiegò egli stesso: “Ciò che piace a Lui, quello faccio sempre!”
Altrove dice: “Le parole che Io vi dico, non le dico a modo mio, ma il Padre che dimora in Me fa quello che vuole”.
Se dunque tu, che ricevi l’Eucaristia devi vivere per Gesù come Gesù vive per il Padre, occorre che tu faccia sempre e solo ciò che Egli, che dimora in te, vuole che tu faccia e quindi rinunzi decisamente a quei pensieri, a quelle azioni, a quei tuoi modi di agire che a Gesù non piacciono.
Ma cos’è che Gesù vuol fare stando in te?
Egli ama e vuol aiutare tutti e singoli quelli che nella giornata ti farà incontrare; Egli dunque vuole che tu faccia da strumento vivo di questo suo amore per loro, così come abbiamo visto che fece Maria in casa di Zaccaria.
Chi tratta con te, prima deve restare meravigliata della tua amorevolezza e della tua umiltà, poi arriverà a capire che quella è l’amorevolezza di Gesù stesso che dimora in te e quindi si innamorerà di Gesù.
È questo il primo e principale aspetto dello spirito di Nazareth.
E si badi bene che Maria SS.ma non agì in questo modo solo in quei nove mesi che portò nel suo grembo il Figlio di Dio. Essendo essa piena di grazia, questa unione intima col Signore restò sempre viva e crescente in tutti gli anni della sua vita, per completarsi nell’Assunzione in Cielo.
Come Oblata di Nazareth il Signore ti ha scelta e ti ha affidata a Maria perché, anche tu, come Maria e con Maria, continui in terra questa missione di diventare tabernacolo di Gesù, ma tabernacolo vivente, del quale Gesù possa servirsi anche per parlare e per aiutare chi lo avvicina.
Egli, servendosi di te, vuol esercitare il Suo amore misericordioso verso quelli che ti farà capitare vicino. Ma come arrivare a poter servire con la stessa amorevolezza sia le persone che naturalmente ci piacciono, sia le persone che ci urtano per i loro difetti e per il loro modo di agire?
Gesù ci viene incontro dandoci un grande avvertimento: “Ciò che avrete fatto anche all’ultimo dei miei fratelli, l’avete fatto a Me”.
Non dice è come se lo aveste fatto a me, ma dice: l’avete fatto a me.
Ma perché ciò che facciamo agli altri, Egli lo dichiara fatto proprio a Lui? Per la semplice ragione che, specialmente nei battezzati e tanto più in chi ha ricevuto l’Eucaristia, Gesù è veramente presente e non può non prendere come fatto a sé ciò che tu fai a quelle.
Ma se quella persona è difettosa ed ha modi di agire irritanti, come posso pensare che io tratto con Cristo?
Chi dicesse così ha in mente una gran confusione.
La presenza di Cristo in quella persona è una cosa, gli atteggiamenti e le azioni di essa sono un’altra cosa. Mi servo qui di un chiaro paragone: se ti si affida un vaso di prezioso cristallo ma impaccato in un giornale indecente, se tu sai ciò che c’è dentro, come tratti quel pacco? Lo butti nell’immondezzaio, badando solo a ciò che vedi da fuori o lo tratti con tutta la delicatezza, per amore di ciò che c’è dentro? È questo appunto il caso nostro.
Gesù, presente in quella persona, soffre più di te per i cattivi modi di agire e per i difetti di essa, ma continua ad amarla ed offre al Padre Suo quella sofferenza come espiazione per ciò che c’è di peccato e come impetrazione di un aiuto di grazia a favore di quella. Tu ti unisci a Gesù “per completare nella tua carne (nella tua persona vivente oggi), come dice S. Paolo, la passione di Cristo, a vantaggio della Chiesa”, e propriamente di quelle membra vive del suo Corpo che sono le persone per cui soffri.
Tutto diverso sarebbe il caso se ti si chiedesse qualcosa contraria alla legge divina ed ai precisi ordini ricevuti: è chiaro che allora dobbiamo resistere con fermezza a ciò che ci si chiede, ma devi farlo con tutta calma e senza ira o parole di disprezzo, perché quel tuo rifiuto si capisca che è esso pure un atto di amore sia per Gesù, sia per le persone che vuoi aiutare ad essere fedeli a Lui.
Maria e Giuseppe vivevano in pieno questo spirito. In quel bambino, (e poi ragazzo e poi giovane e poi uomo), che era Gesù, per trenta anni non videro alcun segno esterno che rivelasse sensibilmente che era il figlio di Dio: fu solo la loro fede la loro vita di preghiera a sorreggerli in questa certezza.
È questa fede che deve aiutare anche te per ricordarti della presenza di Gesù in quelli che incontri, compresi quelli che ti verrebbe di disprezzare.
A sua volta, la popolazione di Nazareth era di una ruvidezza e prepotenza, come qualche episodio del Vangelo ci rivela con tutta chiarezza: Giuseppe, Maria e Gesù non se ne stancavano mai. Perché?
Perché sapevano che i Nazaretani tutti erano anch’essi amati dal Padre che voleva salvarli, che anche per essi c’era il divino disegno di farli diventare i figli di Dio al prezzo di quella passione che il vecchio Simeone aveva preannunziato anche per Maria quando Essa presentò il bambino al tempio.
Ecco allora i due aspetti dello spirito di Nazareth:
-Gesù, vivo e dimorante in noi col Battesimo e l’Eucaristia, vuol amare ed aiutare il nostro prossimo con la generosità del suo Amore misericordioso; al servizio di questo amore noi mettiamo interamente le nostre persone: rinnegando perciò e combattendo tutto ciò che in noi non s’accorda con i sentimenti di Cristo.
-Vivere il nostro amore per Cristo, non con belle parole soltanto ma soprattutto amandoLo, servendoLo, compatendoLo nelle persone del nostro prossimo e condividendo con Lui la sofferenza per i loro difetti.
Se Cristo deve poter rivelare al mondo il Suo Amore per le persone che ci fa incontrare, servendosi delle nostre persone messe a Sua piena disposizione, è chiaro che la nostra dolcezza dei modi verso tutti, la mortificazione dei sensi, il raccoglimento interiore, il silenzio, lo spirito d’obbedienza, la comprensione per le sofferenze degli altri, ecc., devono essere il frutto immediato della nostra partecipazione al Sacrificio Eucaristico e della vita di preghiera.
Solo così si riceve degnamente l’Eucaristia. S. Paolo ci avverte che chi non fa così “sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Poiché chi ne mangia e beve indegnamente, si mangia e beve il suo proprio castigo, non rispettando il Corpo del Signore”.
Questa viva fede della presenza di Cristo in noi e nel nostro prossimo è un dono che deve essere da noi desiderato e richiesto con preghiera perseverante, senza stancarci mai, perché solo con questa perseveranza il desiderio si rafforza, si stabilizza e ci rende capaci di accogliere questo dono.
Ma con il desiderio e la preghiera perseverante, occorre da parte nostra un ricominciare ogni giorno da capo a ripensarci spesso, a salutare Gesù, presente in noi e negli altri, a consultarci con Lui prima di prendere anche le più piccole decisioni od iniziare le più ordinarie faccende, ma soprattutto col praticare questa amorevolezza sulla quale ci giudicherà severamente nel momento della nostra morte e nel giudizio universale.
Nella parabola delle dieci vergini, tutte portavano le lampade, ma solo cinque portavano l’olio che fa risplendere la fiamma dell’amore.
Per te, cara Oblata, l’olio è la amorosa attenzione a Cristo presente in te, Cristo che dal tuo modo di trattare le persone vuol far conoscere ad essi la luce del Suo Amore per loro. Se in te manca questa amorosa attenzione: la conseguenza quale sarà? Tu dirai: Signore, non sono Oblata di Nazareth? Non faccio tutte le pratiche di pietà?. Ma la risposta, è ben nota: “In verità ti dico: non ti conosco!”.
La Quaresima con la preparazione alla festa dell’Annunciazione e di San Giuseppe sono il tempo dato dal Signore per impegnarci a questa conversione, a questo cambiamento del nostro modo di agire che ci farà passare tra le vergini prudenti che sono accolte dal divino Sposo nella festa del Cielo.
Il Signore disse: “Cammina alla mia presenza e sarai perfetto”.
È questo allenamento continuo alla gioia di essere portatori di Cristo in noi che darà forza e serenità perenne alla vostra vita.
19 febbraio 1985
+ Alberico Semeraro