Il 2 novembre p.v. sarà il 50° della mia vita di consacrazione: le mie nozze d’oro. Avevo vent’anni quando ho conosciuto le Oblate a S. Cosimo, accompagnavo in visita alle Suore mia sorella T., che ora è in Brasile. Voleva farsi suora a tutti i costi, ma aveva solo 12 anni e cercavamo di farla attendere.
Io ero la prima femmina di 7 figli: mio padre ci teneva che mi sposassi e non mancavano i corteggiatori. Frequentavo l’Azione Cattolica ed ero stata preparata spiritualmente dalle Suore Stimmatine del mio paese. Ma, perché le Oblate? non lo so.
In una visita a S. Cosimo, improvvisamente sentii che avrei seguito mia sorella. Non conoscevo mons. Semeraro né il carisma delle Oblate, e solo di vista le prime suore.
Ora che ci penso, era successo un fatto che mi aveva turbata molto. Avevo un fratello in Seminario, a Oria, e qualche volta, con il biroccio, andavo a trovarlo. In quei giorni era tornato a casa, perché non riusciva ad abituarsi al cibo. Appena fui informata della sua decisione, corsi in camera mia a piangere in ginocchio: “Oh Dio, dai a me questa vocazione!”. Quelle lacrime fruttificarono veramente nel mio cuore.
Quel giorno a S. Cosimo, detto-fatto, decisi di farmi Oblata per sempre. Mia sorella T. però mi aveva preceduta.
Mio fratello, per la verità, sia nel suo lavoro sia nella sua famiglia ha portato il Vangelo e sempre ripete che “la chiamata di Dio nella nostra famiglia si è raddoppiata, perché Dio non voleva un cattivo prete ma due suore missionarie”.
Nel 1963, infatti, mentre facevo l’insegnante di scuola materna a Francavilla Fontana, conobbi due sacerdoti che chiedevano aiuti di Suore per il Congo.
Io mi dissi pronta a partire, ma “l’ora mia” non era giunta. I Superiori dissero di no. Ho lavorato 18 anni come insegnante nella scuola materna di Francavilla Fontana (allora non avevamo il pensionato per le anziane), altri 9 anni ad Alberobello e poi 2 anni a Roma. Nel 1988 due Oblate furono mandate in Nigeria e, dopo poco tempo, Mons. Semeraro mi chiamò: “C’è un progetto per te, in Africa”. “Per me? -risposi- a 50 anni?” Esitavo dinanzi al Signore: dal lavoro tra i giovanissimi in Italia ero chiamata ad un compito amministrativo in Africa: possibile? “Ma -mi dissi- questa è l’ora di Dio”.
In 15 giorni preparai le valigie e andai a sostituire in Africa suor A. M. D’allora tutto è stato bellissimo: un’avventura apostolica stupenda. Tra l’altro indimenticabile, nel 1988, la visita del S. Padre nella Nunziatura Apostolica dove eravamo noi. Fui incaricata di tutta l’accoglienza. Poi il passaggio da Lagos a Kaduna. Mons. Tabet ci dette molta fiducia: il catechismo agli italiani, figli di lavoratori e di ambasciatori fuori sede, le visite pastorali con lui nei vari villaggi della diocesi… Una volta, nel 1996, andammo con lui a Kassina, vicino al deserto (12 giorni di macchina): ci portava in giro per farci conoscere la cultura locale e prepararci al progetto di presenza che le Oblate volevano realizzare in Nigeria.
Al ritorno, arrivammo a Kaduna che era sera (per Lagos c’era ancora molta strada). Kaduna era sede vescovile e lui pensava di farsi ospitare dal Vescovo. “Voi andate a S. Monica, dalle Agostiniane”- disse – e, all’improvviso “Per il vostro progetto, Kaduna andrebbe bene?”.
Al mattino seguente mi fermò mentre stavo caricando in macchina la valigia: “Tu rimani qui – mi disse – poi ci raggiungi con l’aereo. Va a guardare col Vescovo un pezzo di terra che è disposto a offrirvi”. Ebbi un momento di forte esitazione e difficoltà, come presa dal panico. Così? da sola? senza consultare la Madre generale? Ma decisi di obbedire alla Provvidenza.
A Messa, il vescovo indigeno m’invitò a leggere il Vangelo, che era in inglese. Non osai dirgli che conoscevo pochissimo questa lingua e… rischiai. A colazione, mi disse: “Legge meglio lei l’inglese che io l’italiano”. D’allora si instaurò tra noi un rapporto libero e franco, che dura tuttora. “Venga a vedere un terreno vicino ai Padri Agostiniani”.
Era un terreno montuoso, da scartare, per le grandi spese che si sarebbero dovute affrontare per spianarlo. Glielo dissi subito e lui mi disse: “Andiamo altrove” e mi portò in una raduna vastissima, senza un albero, con poca erba, una strada tra due villaggi: quasi un deserto… Era l’aprile del 1996. In gennaio l’avevo visto in sogno: mancava solo la statua bianca della Madonna sulla colonna altissima, che poi ho avuta in dono… L’ho riconosciuto…
Dopo tre anni di costruzione, la grande Casa di Nazareth in Africa fu pronta. Con grande fatica, ma, miracolosamente. Avevamo una scuola per 500 alunni e una Casa di formazione per le Suore…
Nazareth? era da portare in una cultura completamente diversa dalla nostra, totalmente diversa… dovevo entrare prima io in quel mondo e poi far penetrare a poco a poco lo spirito di Nazareth…
Di Nazareth io avevo colto la disponibilità di Maria, il si giorno per giorno, circostanza per circostanza, nella sofferenza e nella festa. Mi piaceva la laboriosità di S. Giuseppe… ma non è stato facile… là vivono sotto un albero, non hanno la responsabilità di una casa…
Come ho spiegato la laboriosità? attraverso la disponibilità di Maria. Maria si spostava, si muoveva, agiva sotto la spinta dell’obbedienza… Dio non le parlava sempre direttamente facendole comparire un angelo dinanzi, ma attraverso le voci interiori e attraverso le voci dei Superiori…
Si, è vero, ne sono uscite cinque di suore africane, tutte dello stesso villaggio (perché tutte devono seguire la legge della tribù, pena l’emarginazione), perché non hanno voluto obbedire, umiliarsi, lavorare negli incarichi di responsabilità senza conseguire tutti i titoli e le qualifiche più alte. Vedo questo fatto come una purificazione dell’Istituto. Il nostro carisma non è nello sviluppo dell’intelligenza, ma nella disponibilità all’obbedienza che ci unisce a Dio e fra noi.
Lo spirito di Nazareth si vive nel concreto quotidiano, nell’oscuro quotidiano, nella pace dell’obbedienza, nel crogiolo del silenzio. Nel momento della tribolazione e della ribellione abbiamo chiamato anche un esorcista. Ci disse: “Non sapevo che esistesse in Nigeria questa oasi di Nazareth. Resistete al diavolo che vi vuole dividere. Siate forti e perseverate nell’obbedienza”.
Ogni anno, nella nostra Casa di formazione, riceviamo cento domande di giovani ma ne riceviamo solo 5, dopo un periodo di convivenza e di selezione. Queste giovani hanno caratteri forti e chiusi. Bisogna lavorare a fondo e a lungo. Serve molto silenzio. L’attività è molto rumorosa e bisogna imparare a riversare le tensioni nella preghiera per poter comprendere e compatire e perdonare. In una parola, per amare.
Ci vogliono momenti speciali per rientrare in se stessi. Io lo dico, prima di tutto, a me stessa: “Non puoi stare sempre su Internet”. L’esame di coscienza personale (prima che comunitario) riesco a farmelo solo di sera. Solo così riesco a parlare e a saper motivare.
Ogni progetto si porta avanti con gioia e sofferenza insieme: spesso si rimane soli. Allora dinanzi a Dio si fa più forte il grido dell’affidamento: “Tu non puoi darmi una Croce al di sopra delle mie forze. Mi fido di Te”.
Di fronte all’invecchiamento dell’Istituto in questo 50° deve crescere la Speranza che rifiorirà.
Occorre dare più fiducia alle giovani che arrivano, scoprire la loro parte migliore e accettarle come sono. Tutte noi dobbiamo accettarci a fondo vicendevolmente per svilupparci. Ecce Fiat Magnificat!