Il 50° del nostro Istituto? è la mia stessa vita. Sono 55 anni infatti che sono con le Oblate. Avevo 12 anni quando feci con loro il mio primo corso di esercizi spirituali a Campomarino! 51 anni di professione religiosa.
Se pur fragile di salute ai primi tempi, mi piaceva lavorare con le altre ad un’impresa comune, mi piaceva correre dietro le Suore per aiutarle a portare cassette di frutta, a distribuire il cibo, a cucire, ecc.
A sera il Fondatore ci riuniva, ci parlava, ci richiamava, ci faceva riflettere… Si lavorava molto, si correva molto allora, ma lui ci metteva sempre a verifica sulle motivazioni… Ci presentava sempre Maria, il suo servizio costante a tutti: a Gesù, a Giuseppe, al vicinato…
Non sempre Maria capiva tutto delle azioni che si facevano o degli avvenimenti che accadevano, ma conservava tutto dentro il suo cuore e meditava.
Il carisma di Nazareth? credo che sia rispetto e servizio una all’altra. Unione di reciproca dolcezza. Armonia e pace del cuore. Accoglienza dell’altro, che è sciogliere i risentimenti e ricominciare sempre. Accoglienza di tutti: parenti, amici, consorelle.
Accogliere la persona così com’è, volerle bene, cercare di tollerare, non reagire alle offese, ricambiare il male con il bene, non creare separazioni…
Io credo che il futuro della nostra comunità sia legato ad una guida che ricolleghi il destino di ognuno all’Istituto religioso, nell’amore.
Avevo quindici anni quando sono arrivata nell’Istituto.
Sono trascorsi 50 anni di gioia e… non mi sono ancora stancata!
Nelle difficoltà di oggi ci facciamo coraggio a vicenda per andare avanti insieme. Noi abbiamo la responsabilità della vita della nostra comunità. Il lavoro viene dopo.
Dobbiamo infatti lasciare un’eredità, non solo di case, ma di serenità e di amore fraterno. Chi entra oggi trova infatti già pronta la casa: gliel’abbiamo preparata noi col nostro lavoro.
Le difficoltà oggi per tutti non mancano, ma se si sta col Signore, si riescono a superare e tutti i dubbi si possono sciogliere.
Sono brasiliana e conosco le Oblate da dieci anni: qui in Italia ho fatto i voti perpetui. Quando domando a me stessa perché sono stata attratta da loro, capisco che mi sono identificata con loro per quello che cercavo io e cioè una comunità, un fare in comune, nel raccoglimento e nella gioia.
Spirito di Nazareth per me vuol dire rivivere l’armonia che si viveva nella Casa di Nazareth, nel rispetto e impegno nei vari ruoli e attività, nell’accoglienza del prossimo e nel silenzio interiore, più che esteriore.
Silenzio vuol dire vivere col pensiero rivolto a Dio, facendo tacere i sentimenti negativi, tutti i rumori che disturbano l’armonia. Accoglienza di tutti, ricchi e poveri, giovani e anziani…
Spirito di Nazareth è anche curare i lavori domestici, tenere in ordine la casa, nei tempi stabiliti. Momenti di lavoro e soste di preghiera per “stare con lo Sposo”.
Come ho vissuto l’allontanamento di alcune consorelle?
Ne avevo conosciute diverse, e con loro avevo vissuto anche tante belle esperienze. Certo, nei momenti di crisi, che vengono a tutti, è cosa buona saper aiutare e motivare la consorella… ma spesso ci si chiude su quello che si sta pensando e non si cerca l’aiuto giusto… Non posso dimenticarle queste consorelle, e spero che possano trovare nella loro attuale vita quello che serve per realizzarsi secondo la Volontà di Dio.
Io sono indiana e sono in Italia da 11 anni. Per la verità in India avevo conosciuto altre Congregazioni, ma mi son piaciute le Oblate per il valore che danno alle piccole cose fatte con amore, come a Nazareth.
Mi piace stare con le anziane, che sono come i bambini, e con loro, come con i bambini, la pazienza non basta mai.
Mi piace l’Adorazione Eucaristica e mi piace studiare.
L’obbedienza costa, a me come a tutti. È più facile se si ama. Sono momenti diversi, di gioia e di dolore. È la vita! E se non riusciamo ad amare, a che serve la nostra vita?
Se non amo, m’innervosisco facilmente. Se amo, faccio tutte le cose meglio. Mi colpisce sempre l’esempio di certe anziane!
Io sono nigeriana e ho fatto il noviziato in Nigeria. La mia vocazione è nata dal desiderio di aiutare l’umanità. Certo, anche una persona sposata può farlo, ma non certo con la mia libertà. È più limitata nel tempo e anche dalla sua stessa famiglia.
A me piace la S. Famiglia: le cose umili e quotidiane della casa. Io lavoro con le anziane e con la preghiera e la speranza, e non solo con le mani. Ho l’opportunità di incoraggiarle.
È vero che ci sono altre Case per gli anziani, ma con le Suore c’è il cuore che affronta con loro i problemi della malattia e del distacco della morte. C’è l’Eucarestia, per stare tutti più uniti nella carità.
Sono contenta della mia vita e anche del suo sacrificio: sia nel dare che nel ricevere.
Credo che la cosa più importante sia dare a Dio. Sento questa grande responsabilità di averGli detto: SI. E, talvolta, guardo a Maria, e penso che anche per lei non sia stato facile dire di Si… Dio però merita davvero la mia Fedeltà.
Sono arrivata in Istituto a quasi 16 anni: era il 5 gennaio 1951. Ero andata a trovare con mio padre la mia sorella più piccola, che mi aveva preceduta.
In casa mia eravamo in sei: mia madre avrebbe voluto farsi suora da ragazza, ma fu costretta dal padre a sposarsi. Anche mio padre aveva una sorella suora. Era in clausura, tra le clarisse… e noi sorelle avremmo voluto seguirla, ma allora ci voleva una grossa dote per essere ammessi. Mio padre si spaventò… e piuttosto si presentò con me al Vescovo di Oria che, appena arrivato in diocesi, aveva cominciato a formare una comunità religiosa femminile. Il Vescovo mi disse: “Resta, ci sono da fare le calze della Befana dei seminaristi”. E mio padre disse: “Resta pure, se vuoi, qui, qualche giorno, ma poi torna. Come suora, basta una figlia”. Così feci, ma poi tornai di corsa tra le suore e a casa non tornai più.
Non occorreva la dote, non occorrevano i soldi, la mamma era felice, la mia sorella più giovane era già lì e perché non potevo andar suora anch’io?
E ringrazio Dio di quella disobbedienza: dopo 54 anni d’Istituto sono sempre felice e contenta. Qualche osservazione l’ho avuta solo per gli scherzi e le risate… Se vedo qualche suora un po’ triste, mi avvicino e le faccio qualche battutina, per farla sorridere…
Del carisma di Nazareth ho solo capito che noi suore dobbiamo vivere nell’umiltà, nella semplicità, nella sottomissione alla Volontà di Dio… Così cerco di fare un passo indietro piuttosto che uno avanti.
Della Casa di Nazareth ho capito che era la casa del sacrificio. Sacrificio vuol dire adattarsi agli altri, saper aspettare, sottomettersi agli altri per fare la Volontà di Dio, accogliere anche chi ti contrasta e ti tratta male.
Così ci spiegava Mons. Semeraro, alla sera, quando ci riuniva: “Nazareth vuol dire Unione con Dio. Dire a Gesù: questo lo sto facendo per te! Vedi? Sto lavando i bambini, sto guidando la macchina, son cose stancanti, ma le faccio per te! Vuol dire sorridere…”
Io sto bene e mi adatto bene alle sorelle extracomunitarie, e, se se ne vanno via, io piango.
Sono qui dal 1959: 46 anni! son passati così in fretta.
Con il Signore c’è la gioia, anche se non mancano stanchezze e contrarietà. Tutto passa e solo l’Amore resta.
Oggi c’è minore disciplina di una volta con le giovani. Le prime suore erano poche e lavoravano giorno e notte. Ricordo tutto, gioie e dolori. Oggi dappertutto mancano le vocazioni femminili e qui attorno a noi si stanno chiudendo alcune Case Religiose.
Certo, bisogna correggerle queste giovani, ma con grande spirito materno. Penso spesso a mia madre: ero la 13° nata, e lei mi diceva: “Li ho accolti tutti i figli che arrivavano!”
Tra le Oblate sono arrivata a 25 anni, perché ho atteso prima la morte della mamma. Non mi sono mancate mai le tentazioni. Ho avuto sempre come guida le parole di Sua Eccellenza: “Quando c’è il fervore, conservalo per quando non c’è”.
Per il futuro dell’Istituto penso che bisogna prepararlo con fedeltà e molta lealtà tra di noi.
Ricordo sempre le parole del Fondatore: “Il direttore d’orchestra non è quello che capisce più di musica degli altri, ma guai se manca”.