Don Alberico e i “ragazzi del Carmine”
Sono approdato alla chiesa del Carmine nel 1938. Avevo 8 anni e provenivo dalla parrocchia del Santissimo Crocifisso, dove avevo ricevuto la prima comunione. La preparazione a questo Sacramento dell’infanzia era avvenuta a cura di padre Luigi Liuzzi, carmelitano poi divenuto prete diocesano che, ultraottantenne, è ancora attivo componente del clero di Taranto. Lo ricordo con profondo affetto.
Gli anni vissuti all’ombra del campanile durarono sino al 1948, anno della mia maturità scientifica.
Dalla fine del 1948 alla metà del 1951 fui al fianco di Mons. Semeraro ad Oria, collaboratore laico nell’insegnamento nel seminario diocesano e nella organizzazione e direzione della Gioventù Cattolica e dell’ ASCI.
Il ricordo in occasione del centenario della sua nascita mi porta a privilegiare i tempi in cui condivisi l’esperienza parrocchiale.
Don Alberico Semeraro, formatosi sin da ragazzo nel prestigioso Seminario Romano, era il parroco entusiasta e solerte della comunità che nel centro del borgo tarantino, compreso fra i due mari, viveva l’esperienza di fede e di testimonianza cristiana con un particolare spirito di partecipazione del “popolo di Dio”.
Don Alberico era l’animatore primo, l’efficace ispiratore e l’attento “tutor” delle molteplici forme in cui la vita parrocchiale si articolava. Il Carmine era un organismo pulsante di una vita che si rinnovava ad ogni nuova occasione, ad ogni mutare dei segni dei tempi. A distanza di tanti anni dalla convocazione del futuro Concilio Vaticano II, che avrebbe rinnovato la Chiesa, si realizzava in esso l’ideale di una comunità aperta verso l’esterno, non luogo riservato a pochi eletti per fuggire i pericoli del mondo, ma punto di riferimento e casa per tutti.
Un significativo elemento di questa apertura era la cassetta alla porta della chiesa dove ogni persona del quartiere poteva, in assoluta libertà, imbucare lettere indirizzate al parroco per rappresentare
i propri bisogni, esprimere le proprie critiche, fare proposte o scagliare i propri anonimi insulti.
I locali di via Giovinazzi si affacciavano e si affacciano tuttora su piazza della Vittoria nel cuore cittadino ed erano aperti a chiunque volesse esplorare la realtà parrocchiale. L’accoglienza fraterna era la
regola. Arrivavano di continuo ragazzi e giovani nuovi, desiderosi di ritrovarsi in un ambiente tutto per loro, che non fosse il Fascio imperante, per stare insieme in libertà, cantare, giocare, discutere, servire Dio, farsi uomini per una società diversa.
Nascevano così le varie attività organizzate dai laici a cui sapientemente don Alberico delegava il compito di programmare, attuare e guidare le molteplici iniziative di formazione, di animazione, di vita comune che movimentavano, dal primo pomeriggio sino a sera, i locali attrezzati al primo piano della chiesa. Al secondo piano facevano le riunioni gli universitari della FUCI, l’associazione dei giovani adulti da cui sarebbero venute non poche preziose energie per l’impegno politico negli anni della ritrovata democrazia dopo la guerra.
Al terzo piano c’era la canonica dove don Alberico abitava, oggetto continuo della nostra curiosità. Era la casa del nostro prete, del nostro padre spirituale, del nostro compagno di cammino verso la crescita umana e cristiana, una casa sempre aperta ed accogliente, e pur ai nostri occhi di ragazzi così misteriosa e diversa dalle nostre case. Bisognava passare dalla canonica per andare sul campanile dove spesso ci arrampicavamo tra le campane, ebbri dell’altezza che ci faceva dominare l’intera piazza con il monumento ai Caduti.
Non ci annoiavamo mai, noi “ragazzi del Carmine”, nelle riunioni periodiche durante le quali discretamente e con tatto don Alberico ci conduceva per mano a gustare il messaggio del Vangelo ch’egli sapeva narrarci con la stessa semplicità e umanità delle parabole, ricco di riferimenti al presente e immediatamente accessibile alle nostre intelligenze e al nostro cuore. Nel suo discorrere erano immancabili una arguzia ed una ironia di chiara derivazione manzoniana.
I suoi discorsi sulla fede, privi di retorica, enfasi e categoricità, sapevano illuminarci con luce chiara sul paradosso di un Dio che si fa uomo nascendo da una Vergine, che è esaltato ed umiliato dalle genti, che si lascia crocifiggere e risorge per poi scomparire e pur rimanere come segno di perenne contraddizione tra gli uomini.
Non l’arida catechistica, né l’astrusa teologia, ma il rapporto costante con la nostra realtà di giovani in divenire in un mondo pieno di contraddizioni ispiravano il suo insegnamento ortodosso e innovatore. Così ci aiutava a crescere nella ragione e nella fede.
Negli anni vissuti nell’episcopio di Oria, scoprii che tra le letture preferite di don Alberico c’era Ortodossia di G. K. Chesterton, lo scrittore cattolico inglese, autore fra l’altro di un fortunata serie di gialli in cui il detective è un prete, padre Brown, che va alla ricerca non tanto del colpevole da punire ma delle cause profonde nell’animo umano che hanno spinto al delitto. C’è in Ortodossia una visione singolare e paradossale, in chiave intellettualmente scanzonata ma rigorosa, della fede cattolica che affascinava don Alberico sin dai tempi del Seminario Romano Maggiore.
Il libro di Chesterton era stato da lui annotato in ogni pagina con grafia minuscola e chiara. Quel libro, a me prestato perché lo leggessi, fu da me dimenticato sul treno in un viaggio da Oria a Bari e quelle preziose annotazioni andarono perdute. Ancor oggi io sento il cruccio e il rimorso per questa perdita. In parrocchia don Alberico mi ripeteva spesso un detto che mi è rimasto indelebile nella memoria: “Prestai un libro per un’ora, libro ed amico aspetto ancora”!
Delle tante forme di partecipazione alla vita religiosa della parrocchia ne ricorderò solo due tra le tante affidate alla responsabilità dei laici: la “Schola Cantorum” e il “Gruppo chierichetti”.
L’educazione canora e musicale era affidata a Silvano Maria Filippi, brillante studente liceale, bravissimo organista e maestro del coro, che si distingueva per la sua profonda religiosità. Tra le voci che si imponevano per qualità particolari c’era quella di Romeo Serpieri.
Un grande ruolo nella liturgia svolgeva il gruppo chierichetti affidato alle cure di un ragazzo un po’ più grande, Giovanni Mondini, paziente maestro del cerimoniale. Vivevamo la liturgia non solo come rito coreografico e suggestivo ma, per l’impostazione di don Alberico, come componente essenziale del senso del divino nei momenti della parola, della preghiera, della elevazione a Dio, della contemplazione dei misteri della fede, dell’agape fraterna.
Quante serate trascorrevamo sull’altare della chiesa vuota a provare e riprovare gesti, movimenti, sequenze e atteggiamenti che poi avremmo riprodotti, a chiesa piena, con i fedeli e per i fedeli nelle
ricorrenze liturgiche dell’anno!
I canti e le cerimonie così preparati rendevano straordinariamente belli i riti della Settimana Santa, che nella chiesa del Carmine avevano un’importanza particolare.
Noi eravamo fieri del nostro ruolo e don Alberico era fiero del contributo così “professionale” che noi davamo alla riuscita delle funzioni religiose. Avevamo acquisito una tale perfezione in materia che, quando i seminaristi della diocesi si trasferivano nella sede estiva di Martina, eravamo noi, “i chierichetti del Carmine”, a prestare il servizio liturgico per le messe solenni dell’arcivescovo Bernardi nella cattedrale di S. Cataldo. Era per noi un punto d’onore essere all’altezza del compito.
Altri laici erano animatori della Gioventù Cattolica e, dopo la guerra, degli Scouts.
Fu felice intuizione quella di don Alberico di utilizzare la presenza del cappellano inglese padre Georges Donovan per introdurre i più curiosi e disponibili di noi alla conoscenza dello scautismo di Baden Powell. L’Associazione Scautistica Cattolica Italiana era stata soppressa del fascismo, che voleva tutto per sé il monopolio dell’educazione dei giovani. Il ritorno alla libertà e alla democrazia consentiva di riprendere un interessante cammino educativo interrotto vent’anni prima. Fummo, per impulso del nostro lungimirante parroco, tra i rifondatori dello Scautismo in Italia.
Nacque il reparto “Taranto V” che conquistò un numero sempre maggiore di ragazzi, affascinati dalla novità del metodo. La guida di questa nuova attività fu dapprima affidata a Giovanni Mondini e poi a Gino Lepore, rientrato dai campi di lavoro tedeschi. Gino è stato per oltre 40 anni l’infaticabile anima del “Taranto V”, il collaboratore fedele di don Alberico e con lui l’educatore di generazioni di giovani scouts.
Momento alto della storia del “Taranto V” fu la partecipazione della squadriglia “Antilope” al primo raduno internazionale degli scouts di tutto il mondo, il Jamboree della pace di Moisson, in Francia, nel 1947. Conquistammo il diritto di partecipare a Moisson superando ardue prove nazionali e regionali, ma tutto sarebbe stato vano se don Alberico non si fosse tenacemente impegnato a procurarci i mezzi finanziari necessari che le nostre famiglie non erano in grado di fornirci. Anche per questa opportunità di andare per la prima volta all’estero, per un’esperienza storica di superamento delle lacerazioni della guerra, io serbo una immensa gratitudine a chi la rese concretamente possibile.
Noi ricordiamo il centenario di Chi cent’anni è quasi vissuto, resistendo come una quercia a tutti gli eventi di un secolo crudele di cui soffriamo ancora le lacerazioni e le conseguenze violente. È passato tra noi seminando speranza e fiducia con l’ottimismo di chi guarda lontano, con l’occhio dell’Eterno.
Le attività delle Oblate di Nazareth, l’eredità preziosa che egli ha lasciato, alimentano questa speranza e fiducia nella Provvidenza con la loro dedizione di servizio, in Italia, in Brasile, in Nigeria e presto in India. Il buon seme ha dato i buoni frutti e tutti noi, laici e consacrati, che abbiamo conosciuto ed amato il parroco e il vescovo, non dimentichiamo le radici salde della nostra giovinezza vissuta con Lui.
Dino Terrusi