Mons. Alberico Semeraro, Padre e Maestro
Accolgo con grande gioia l’invito rivoltomi da sr. Filomena Gallo, Superiora delle Suore Oblate di Nazareth, a ricordare il Vescovo Mons. Alberico Semeraro, Fondatore dell’Istituto Religioso delle stesse, in occasione del centenario della nascita: il 19 gennaio 2003.
La ringrazio perché mi offre così l’occasione di esprimere la mia commossa gratitudine al Buon Dio per il dono che Egli mi ha fatto di trascorrere lunghi anni della mia vita sacerdotale accanto ad un Vescovo che ho sempre considerato maestro di vita spirituale e sacerdotale.
L’anno 1947 costituisce un anno memorabile nella vita di Mons. Alberico Semeraro, come nella mia. Il 30 giugno di quell’anno, infatti, egli veniva ordinato vescovo in Taranto da Mons. Bernardi, allora Arcivescovo di Taranto, ed io, il 20 luglio dello stesso anno, dallo stesso Arcivescovo, nella sua qualità di Amministratore Apostolico della Diocesi di Oria, venivo ordinato Sacerdote di Dio per la santa Chiesa di Oria. Ancora nel successivo 29 agosto, vigilia della festa di S. Barsanofio Abate, protettore della Città e della Diocesi di Oria, Mons. Semeraro aveva il possesso canonico della Diocesi di Oria, accolto da una folla devota ed esultante di fedeli confluiti da ogni parte della Diocesi di Oria e di quella di Taranto. Veniva salutato come pastore vigile e premuroso del suo popolo cristiano e soprattutto come il Vescovo dell’Azione Cattolica. Qualche giorno dopo mi chiamò per assumermi come suo Segretario.
Sono poco immaginabili le difficoltà incontrate da Mons. Semeraro in quel periodo del suo ministero episcopale. Difficoltà che provenivano dalle condizioni nazionali del duro immediato dopoguerra, in una diocesi, la nostra, che era stata governata dall’indimenticabile Mons. Antonio Di Tommaso. Egli guidò con infaticabile zelo apostolico il nostro popolo cristiano dall’anno 1903 ai primi mesi del 1947, condividendo le sofferenze con la sua gente, specialmente durante i due immani conflitti mondiali.
La Diocesi aveva urgente bisogno di un radicale rinnovamento, al quale Mons. Semeraro dedicò tutte le sue energie -tante e così nobili- di mente e di cuore, con sacrifici enormi di ogni genere.
Tanti ricordi affollano la mia mente e -direi soprattutto- il mio cuore, ma mi limito a considerare Mons. Semeraro come maestro saggio e illuminato di vita. Per me lo è stato in una maniera tutta particolare.
Riflettendo davanti al suo stemma episcopale, si scorge che lo scudo, sormontato da una croce dorata, si compone di due parti: una superiore, inferiore l’altra, separate da una linea orizzontale. Nella parte superiore splendono tre turgide spighe, nella parte inferiore troneggia una croce dai lati uguali. La scritta sottostante l’intero scudo: “Spes messis in semine” (la speranza della messe è nel seme) dà il significato dell’immagine.
Come parla della vita di Mons. Semeraro quella croce!
Fa venire in mente il brano del Vangelo di S. Giovanni (12,24): “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il seme deve essere sepolto nel solco della terra, colà deve soffrire l’oscurità, il silenzio, la solitudine, deve marcire, e solo allora sboccia la pianta.
Amava ripetere spesso quella frase del Vangelo per comprendere la fecondità del dolore dopo che Gesù è morto sulla croce.
Non sono mancate le sofferenze, e di ogni genere, nel Ministero episcopale di Mons. Semeraro dall’anno 1947 all’anno 1978.
Non esitò ad affermare che la sofferenza sua più grande sia stata quella di non essere sempre compreso. Una sofferenza che, se pure faceva sanguinare il suo cuore, ha saputo portare avanti con signorile dignità. Mi piace ricordare un episodio quanto mai significativo. Nei tempi, ai quali si riferisce l’episodio, era in voga una canzonetta che, tra le altre, aveva queste parole: “…tutti mi buttano le pietre…”.
Un sacerdote, nel rivolgere al Vescovo un indirizzo di saluto, non ricordo in quale circostanza, riprendeva quelle parole e ricordava ai presenti che Mons. Vescovo, senza curarsi della sofferenza che quelle pietre gli procuravano, le aveva raccolte ed usate per costruire.
Uomo di acuta intelligenza e soprattutto di grande cuore, godeva quanto altri mai dell’amicizia sincera, sia di quella che sapeva abbondantemente offrire, sia di quella che sapeva acquisire con la sua cordiale affabilità.
La sua ricchezza interiore era ogni giorno di più alimentata dalla assidua diuturna meditazione della parabola evangelica della vite e dei tralci. Come può produrre uva abbondante e gustosa un tralcio staccato dalla vite? Un tralcio così si secca ed è buono solamente per essere bruciato nel fuoco.
Sapeva scorgere in ogni evento anche doloroso, nella sua vita personale e nella storia del mondo, un “segno dei tempi”, come dice il Concilio Vaticano II, una indicazione del disegno sapiente ed amoroso del Padre celeste. In ogni creatura umana che incontrava, vedeva, sia pure nascosta nel più profondo dell’essere, come una scintilla del fuoco di amore che il Padre celeste depone nel cuore umano, una scintilla che il soffio dello Spirito Santo -magari trasmesso mediante il Ministero Sacerdotale- può trasformare in un incendio di amore che avvolga il mondo intero.
“Facciamo come l’ape -soleva dire- alla quale non interessa nulla del fiore, se non il nettare necessario per il miele e che succhia senza neppure far dondolare il fiore sul quale si è posata”.
Il rispetto dell’altro, fosse pure l’emarginato, il non dotato, il meno intelligente, aveva sempre un posto nel suo cuore. Sapeva accogliere ed ascoltare con grande pazienza e soprattutto con grande amore. Quanti, specialmente sacerdoti, che avevano difficoltà nei loro paesi, o anche diocesi, non ha presi accanto a sé per aiutarli nelle loro difficoltà!
Mi piace ricordarlo così Mons. Alberico Semeraro. Tante opere grandiose parlano ancora di lui e parleranno per molti anni in avvenire, ma il bene più grande che ho ricevuto io, insieme a tanti altri, specialmente Sacerdoti, è quello di avermi fatto capire sempre più quello che è essenziale nella mia vita sacerdotale e cioè l’unione intima con Cristo Gesù, sommo ed eterno, unico Sacerdote, sicché possa essere strumento docile e sempre disponibile nelle sue mani per far giungere alle anime in pienezza i doni del suo amore.
Perciò: preghiera umile e fiduciosa, silenzio interiore, umiltà e nascondimento e, nell’accostare le anime che il Signore affida al Sacerdote, annunziare loro che il Buon Dio ha per ciascuno una parola particolare da consegnare per orientarne l’esistenza verso la pienezza della vita e della gioia.
Infine egli ha voluto con paziente lungimiranza che la sua ricchezza interiore fosse trasmessa anche alle generazioni future attraverso l’Istituto Religioso delle Oblate di Nazareth, da lui fondato.
Le Suore Oblate di Nazareth, guardando a Gesù, nella sua vita umile e nascosta nella famiglia di Nazareth, ricorderanno, specialmente a chi lavora nella cura delle anime, che la fecondità del tralcio per un’uva abbondante e saporosa è possibile solo attraverso un’unione intima e profonda, vitale, con Colui che ha detto: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv. 15, 5).
Mons.
Mons. Alberico Semeraro, Padre e Maestro
Accolgo con grande gioia l’invito rivoltomi da sr. Filomena Gallo, Superiora delle Suore Oblate di Nazareth, a ricordare il Vescovo Mons. Alberico Semeraro, Fondatore dell’Istituto Religioso delle stesse, in occasione del centenario della nascita: il 19 gennaio 2003.
La ringrazio perché mi offre così l’occasione di esprimere la mia commossa gratitudine al Buon Dio per il dono che Egli mi ha fatto di trascorrere lunghi anni della mia vita sacerdotale accanto ad un Vescovo che ho sempre considerato maestro di vita spirituale e sacerdotale.
L’anno 1947 costituisce un anno memorabile nella vita di Mons. Alberico Semeraro, come nella mia. Il 30 giugno di quell’anno, infatti, egli veniva ordinato vescovo in Taranto da Mons. Bernardi, allora Arcivescovo di Taranto, ed io, il 20 luglio dello stesso anno, dallo stesso Arcivescovo, nella sua qualità di Amministratore Apostolico della Diocesi di Oria, venivo ordinato Sacerdote di Dio per la santa Chiesa di Oria. Ancora nel successivo 29 agosto, vigilia della festa di S. Barsanofio Abate, protettore della Città e della Diocesi di Oria, Mons. Semeraro aveva il possesso canonico della Diocesi di Oria, accolto da una folla devota ed esultante di fedeli confluiti da ogni parte della Diocesi di Oria e di quella di Taranto. Veniva salutato come pastore vigile e premuroso del suo popolo cristiano e soprattutto come il Vescovo dell’Azione Cattolica. Qualche giorno dopo mi chiamò per assumermi come suo Segretario.
Sono poco immaginabili le difficoltà incontrate da Mons. Semeraro in quel periodo del suo ministero episcopale. Difficoltà che provenivano dalle condizioni nazionali del duro immediato dopoguerra, in una diocesi, la nostra, che era stata governata dall’indimenticabile Mons. Antonio Di Tommaso. Egli guidò con infaticabile zelo apostolico il nostro popolo cristiano dall’anno 1903 ai primi mesi del 1947, condividendo le sofferenze con la sua gente, specialmente durante i due immani conflitti mondiali.
La Diocesi aveva urgente bisogno di un radicale rinnovamento, al quale Mons. Semeraro dedicò tutte le sue energie -tante e così nobili- di mente e di cuore, con sacrifici enormi di ogni genere.
Tanti ricordi affollano la mia mente e -direi soprattutto- il mio cuore, ma mi limito a considerare Mons. Semeraro come maestro saggio e illuminato di vita. Per me lo è stato in una maniera tutta particolare.
Riflettendo davanti al suo stemma episcopale, si scorge che lo scudo, sormontato da una croce dorata, si compone di due parti: una superiore, inferiore l’altra, separate da una linea orizzontale. Nella parte superiore splendono tre turgide spighe, nella parte inferiore troneggia una croce dai lati uguali. La scritta sottostante l’intero scudo: “Spes messis in semine” (la speranza della messe è nel seme) dà il significato dell’immagine.
Come parla della vita di Mons. Semeraro quella croce!
Fa venire in mente il brano del Vangelo di S. Giovanni (12,24): “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il seme deve essere sepolto nel solco della terra, colà deve soffrire l’oscurità, il silenzio, la solitudine, deve marcire, e solo allora sboccia la pianta.
Amava ripetere spesso quella frase del Vangelo per comprendere la fecondità del dolore dopo che Gesù è morto sulla croce.
Non sono mancate le sofferenze, e di ogni genere, nel Ministero episcopale di Mons. Semeraro dall’anno 1947 all’anno 1978.
Non esitò ad affermare che la sofferenza sua più grande sia stata quella di non essere sempre compreso. Una sofferenza che, se pure faceva sanguinare il suo cuore, ha saputo portare avanti con signorile dignità. Mi piace ricordare un episodio quanto mai significativo. Nei tempi, ai quali si riferisce l’episodio, era in voga una canzonetta che, tra le altre, aveva queste parole: “…tutti mi buttano le pietre…”.
Un sacerdote, nel rivolgere al Vescovo un indirizzo di saluto, non ricordo in quale circostanza, riprendeva quelle parole e ricordava ai presenti che Mons. Vescovo, senza curarsi della sofferenza che quelle pietre gli procuravano, le aveva raccolte ed usate per costruire.
Uomo di acuta intelligenza e soprattutto di grande cuore, godeva quanto altri mai dell’amicizia sincera, sia di quella che sapeva abbondantemente offrire, sia di quella che sapeva acquisire con la sua cordiale affabilità.
La sua ricchezza interiore era ogni giorno di più alimentata dalla assidua diuturna meditazione della parabola evangelica della vite e dei tralci. Come può produrre uva abbondante e gustosa un tralcio staccato dalla vite? Un tralcio così si secca ed è buono solamente per essere bruciato nel fuoco.
Sapeva scorgere in ogni evento anche doloroso, nella sua vita personale e nella storia del mondo, un “segno dei tempi”, come dice il Concilio Vaticano II, una indicazione del disegno sapiente ed amoroso del Padre celeste. In ogni creatura umana che incontrava, vedeva, sia pure nascosta nel più profondo dell’essere, come una scintilla del fuoco di amore che il Padre celeste depone nel cuore umano, una scintilla che il soffio dello Spirito Santo -magari trasmesso mediante il Ministero Sacerdotale- può trasformare in un incendio di amore che avvolga il mondo intero.
“Facciamo come l’ape -soleva dire- alla quale non interessa nulla del fiore, se non il nettare necessario per il miele e che succhia senza neppure far dondolare il fiore sul quale si è posata”.
Il rispetto dell’altro, fosse pure l’emarginato, il non dotato, il meno intelligente, aveva sempre un posto nel suo cuore. Sapeva accogliere ed ascoltare con grande pazienza e soprattutto con grande amore. Quanti, specialmente sacerdoti, che avevano difficoltà nei loro paesi, o anche diocesi, non ha presi accanto a sé per aiutarli nelle loro difficoltà!
Mi piace ricordarlo così Mons. Alberico Semeraro. Tante opere grandiose parlano ancora di lui e parleranno per molti anni in avvenire, ma il bene più grande che ho ricevuto io, insieme a tanti altri, specialmente Sacerdoti, è quello di avermi fatto capire sempre più quello che è essenziale nella mia vita sacerdotale e cioè l’unione intima con Cristo Gesù, sommo ed eterno, unico Sacerdote, sicché possa essere strumento docile e sempre disponibile nelle sue mani per far giungere alle anime in pienezza i doni del suo amore.
Perciò: preghiera umile e fiduciosa, silenzio interiore, umiltà e nascondimento e, nell’accostare le anime che il Signore affida al Sacerdote, annunziare loro che il Buon Dio ha per ciascuno una parola particolare da consegnare per orientarne l’esistenza verso la pienezza della vita e della gioia.
Infine egli ha voluto con paziente lungimiranza che la sua ricchezza interiore fosse trasmessa anche alle generazioni future attraverso l’Istituto Religioso delle Oblate di Nazareth, da lui fondato.
Le Suore Oblate di Nazareth, guardando a Gesù, nella sua vita umile e nascosta nella famiglia di Nazareth, ricorderanno, specialmente a chi lavora nella cura delle anime, che la fecondità del tralcio per un’uva abbondante e saporosa è possibile solo attraverso un’unione intima e profonda, vitale, con Colui che ha detto: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv. 15, 5).
Mons. Vincenzo Baldari – Vicario Generale – Oria