Mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo metropolita emerito di Lecce, la mattina del 24 maggio 2010 ha celebrato l’Eucarestia sulla tomba del venerato Fondatore. Riportiamo alcuni stralci della sua omelia.
“La missionarietà delle Oblate era nel sogno di Mons. Semeraro, ed io ringrazio Dio, pur rimanendo lontano, ma con il cuore vicino, per gli sviluppi del cammino che avete fatto, nel momento in cui avete accolto la volontà del Signore che vi diceva di andare lontano, non perché qui c’erano difficoltà, ma perché vi chiamava a portare la sua spiritualità per le vie del mondo in Asia, in Africa, in Brasile.
… Attraverso la vostra famiglia di consacrate si diffonde nel mondo la spiritualità di Nazareth che è una spiritualità nascosta, semplice, quasi defilata agli occhi di Gerusalemme. La casa di Maria, infatti, era molto piccola. Il Fondatore ha portato nelle vostre case la spiritualità di Nazareth, l’ha trasferita a voi e come l’eredità più grande che il Vescovo poteva darvi. Molte volte, scherzando, l’arcivescovo metropolita di Taranto, mons. Motolese, mi diceva che il suo maestro di episcopato, don Alberico, aveva scelto la parte migliore, quella di essere assistito in vita, rimpianto e pregato in morte.
Aveva ragione! Quante volte l’ho ammirato non solo per il suo fervore, ma anche e soprattutto per il silenzio! Aveva imparato da Nazareth ad essere l’uomo del silenzio, mentre attorno c’era frastuono e chiasso. Il vostro fondatore era l’uomo dell’essenziale: aveva due doti meravigliose la fede e la speranza. Era un uomo di fede, pregava molto e l’inginocchiatoio è rimasto integro. Le case dove lui è passato, sono case di preghiera. Amava infatti la preghiera, era fondato nella fede, aveva la pienezza della fede non solo sacramentale, perché era successore degli Apostoli, ma aveva la pienezza dello Spirito Santo, viveva alla luce dello Spirito.
… Sono convinto che il Fondatore aggi guida non solo la vostra famiglia, ma anche la Chiesa di Oria, che esemplarmente ha servito, con difficoltà, tanta tenacia e determinazione. Ha visto in anticipo quello che è avvenuto negli anni passati. Quando fui eletto Vescovo, 30 anni fa, mi donò gli abiti di servizio, le tunicelle e mi consegnò il pastorale rifatto, che non ho voluto più portare, che ho lasciato in eredità alla Chiesa Metropolitana che ho servito per tanti anni. Cammino però sempre col suo pastorale, col suo esempio, con la sua preghiera, perché era un uomo che viveva nella preghiera dalla mattina alla sera. Trovava nella preghiera la risorsa per vivere e per sopravvivere. Aveva la tempra del vecchio contadino martinese, ma anche la speranza del pastore delle anime. Era un uomo di speranza, non si scomponeva mai, viveva il presente e guardava al futuro, al futuro di Dio.
Care sorelle, l’eredità che mons. Semeraro ha lasciato è incalcolabile sul piano ecclesiale e sul piano pastorale. Ha ascoltato uomini illustri che hanno fatto un grande cammino nel laicato cattolico e nel giornalismo, che ricordano il sua parlare facile, i movimenti delle sue mani, ma soprattutto i paragoni di vita campestre: la vigna, la potatura, la zappatura.
Siete eredi della sua spiritualità; siete figlie che avete il dovere di conoscere il Padre! Le Suore che non lo hanno conosciuto di persona possono essere serene, perché hanno un grande Padre che amava la Chiesa, la serviva con amore e con sacrificio e ha generato una famiglia religiosa, che è diventata più missionaria, più ardente, più radicata nelle virtù della fede della speranza e della carità. Non preghiamo per il suffragio della sua anima, perché certamente è nel cielo; preghiamo perché la sua eredità sia raccolta non solo da voi, da tutta la vostra congregazione, ma anche dalla Chiesa di Oria, dalla Chiesa di Puglia”.