Il pensiero di Mons. Alberico Semeraro mi riporta nel cuore un volto paterno, sorridente ed accogliente: è stato un uomo di Dio che sapeva infondere fiducia e generare sicurezza.

Avevo appena tre anni, quando la Sua immagine s’impresse nella mia memoria e, a distanza di tanti decenni, rimane viva nella mente e si carica di sentimenti di affetto e di venerazione. Venne a celebrare la cresima per i figli dei contadini nella nostra campagna, all’ombra di due grandi ulivi, e  quando, al termine del rito, il nonno Domenico lo invitò ad entrare in casa, Egli consacrò tutta la nostra famiglia al Sacro Cuore di Gesù. Questo è il ricordo della mia prima infanzia che, ancora oggi, emerge nitido dal passato. La seconda volta che incontrai il vescovo Semeraro fu quando, in quinta elementare, nell’Istituto dei Padri Guanelliani, ricevetti dalle Sue mani il dono della Santa Cresima. Anche se timido per natura, mi feci coraggio e gli chiesi una benedizione, quando giunsi davanti alla Sua figura imponente ed autorevole. Cosa che Egli mi concesse con un sorriso paterno e ciò mi colpì profondamente.

Pastore instancabile, personalità brillante e certamente non comune, esercitava il ministero della predicazione con grande zelo e lucidità di dottrina: il Suo magistero, semplice eppure profondo, era ricco di immagini e sempre vicino al cuore delle persone. Egli possedeva l’arte di tradurre il Vangelo di Gesù in concretezza di vita. Dalle Sue omelie traspariva non solo una profonda sapienza spirituale, ma soprattutto l’assimilazione della Parola di Dio nella stessa esperienza di uomo e di sacerdote.

Gli anni che prepararono il Concilio Vaticano II e quelli che seguirono questo grande evento ecclesiale non furono certamente facili anche per il vescovo Semeraro. Egli s’impegnò a superarli con determinazione e saggezza che non passarono inosservati tanto che i compagni del liceo di Molfetta, con mia grande soddisfazione, mostravano ammirazione per il mio vescovo, per la Sua apertura mentale e per la Sua capacità di interpretare i segni dei tempi. Erano quelli anni di speranze e di timori, vissuti comunque nella certezza della vicinanza, reale e confortante, del mio vescovo. Egli sapeva seguire i Suoi seminaristi, essere per tutti noi padre e punto di riferimento.

Fu questo il tempo in cui Mons. Semeraro entrò nella mia vita in modo davvero significativo. Se per un giovane in cammino verso il sacerdozio ministeriale è una grazia poter contare su un vescovo che comunica vicinanza ed affetto paterno, posso ben dire di aver avuto questo dono dal Signore. Ricordo in questo senso le settimane estive che noi seminaristi passavamo insieme al nostro vescovo. Noi aspettavamo con gioia quegli incontri, perché noi studenti di teologia potevamo parlare con libertà e franchezza. Le Sue risposte erano quelle di un uomo di Dio e di un pastore innamorato del Suo ministero: parlava con pacatezza e serenità, guardava ai problemi con lungimiranza, suscitando confidenza, fiducia e sicurezza.

Le esigenze rinnovatrici indicate dal Concilio erano veramente alte e di non facile comprensione, specialmente per coloro che erano stati educati e abituati ad altri parametri di vita ecclesiale. Tanto più era da ammirare il nostro vescovo Semeraro che, nonostante fosse già ultra sessantenne, fu capace di mettersi in sintonia con le indicazioni conciliari.

Indimenticabile ed esemplare rimane l’estate del 1968, quando la pubblicazione dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI scatenò un vero “temporale estivo” non solo sulla stampa, ma all’interno della stessa Chiesa. Il nostro vescovo non ebbe disagio ad affrontare con pacatezza e saggezza pastorale la spinosa questione della contraccezione, rivelando grande competenza e aggiornamento nella dottrina morale, coniugandola con un senso concreto per i problemi pastorali connessi.

La mia gratitudine va ancora a Mons. Semeraro per avermi fatto il dono di inviarmi, per completare la mia formazione, al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Il confronto con seminaristi di altre chiese e di altre nazioni, con docenti di grande spessore intellettuale, servì ad ampliare i miei orizzonti, a crescere con esperienze condivise, nelle discussioni su ciò che, allora, nella teologia e nella Chiesa si registrava in termini di novità.

Il giorno della mia ordinazione sacerdotale, il 18 marzo 1971, nella chiesa di Ceglie, adorna per l’occasione, ebbi la sincera convinzione che mi stava ordinando non solo il mio vescovo, ma un vero padre che aveva seguito con affetto il mio cammino formativo. Dopo l’ordinazione, mi fu consentito di rimanere a Roma, come educatore nel Seminario Minore, per specializzarmi in teologia morale. Quegli anni, esaltanti per l’esperienza vissuta nell’ambiente internazionale dell’Accademia Alfonsiana, passarono in fretta e quando, nell’agosto del 1975, ritornai in Diocesi, trovai Mons. Semeraro, coadiuvato dal Suo ausiliare Mons. Salvatore De Giorgi.

Pensando a Mons. Semeraro, a dieci anni dalla sua morte, sento quindi una profonda gratitudine nel cuore che diventa, anche ora, rinnovato affetto e preghiera. Mi ha fatto vedere il volto del buon pastore, lo stesso volto di Cristo che suscita anche oggi confidenza, venerazione e amore, quando la Chiesa, attraverso i suoi ministri, si impegna a farlo risplendere, mettendosi al servizio delle coscienze, per la loro crescita nel bene e nella vera libertà.

Il Signore lo ricompensi per tanto bene che ha fatto a me e alla nostra Chiesa locale di Oria.

Mons. Domenico Caliandro – Vescovo di Nardò – Gallipoli